10/07/2006

Avvicinarsi alle radici, girare intorno alla tradizione con gusto etnico, il Vecchio e il Nuovo, passi profondi in terra calabrese. Dove il sole di giugno illumina la gioia popolare come la paura, le danze avvolgenti e ataviche come la rabbia. Piedi nudi si intrecciano in movenze tribali, cuore gitano e passione mediterranea, le intense linee vocali di Irene Cantisani disegnano l’immagine dei Kalamu, etnofolk band ricca di contaminazioni.

L’aria argentina di "Margherita" si fonde con la piazza gremita evocata da "Tarantella calabrese", la rivisitazione ska di "Calabrisella" con le sonorità country di "Parapapà" e "Tengo nu sogno", musica a colori che è festa e cibo e ridere, esorcismo dei mali del mondo. Voglia di passato con uno sguardo ai problemi del presente, senza smettere di ballare, mani che si toccano fra occhi vivi, tonalità ocra e oro e sensazioni a pelle, estate. I Kalamu sono vitali, hanno sapore, ti avvolgono il braccio intorno ai fianchi portandoti tra la folla, sono movimento.

Un lavoro compiuto e definito, fresco e leggero come un abito di lino, che ti dà subito del tu, cordiale, un morso di Calabria, cultura popolare.

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