11/05/2006

Di Tommaso Tam avevo già recensito “Girare”, dischetto del 2004 in cui in una canzone il nostro buon furlàn ci metteva spunti per almeno otto pezzi, realizzando una sorta di pop progressivo di grande fascino e sorpresa, ma scarsamente a fuoco. Insomma, sapeva un po’ di spreco tutta quella messe di idee ammassata lì. Ora Tommaso Tam torna con questo nuovo “Misogenio”, e mostra di aver imparato a dosare le forze senza rinunciare all’originalità. Per farvi capire in quattro e quattr’otto a cosa vi troverete di fronte in questo cd, vi parlerò di un Bugo innamorato della lounge italiana d’antàn, quella vera, quella delle colonne sonore d’atmosfera di Piero Umiliani. Vi parlerò anche di un Beck brasileiro innamorato di Joao Gilberto e di Amon Tobin. Un matto, insomma, ma meno estremo e caricato di Bugo, cosa che me lo fa piacere di più: se il novarese è paragonabile a un pittore cubodadaista catapultato dentro un centro sociale, il friulano trapiantato a Bologna è piuttosto un surrealista alla Salvador Dalì mollemente adagiato in un cocktail club, misurato viveur nei modi, ma spericolato nella sostanza. Così “Solo un brutto sogno” è un hard psycho metal blues in cui Bugo sostituisce Ozzy Osbourne nel Black Sabbath o John Kay negli Steppenwolf, mentre “Per orchestra sintetica #1” vagabonda dinoccolata tra presagi di un sexy Umiliani per attraversare poi un “Penny Lane” fatto di malinconiche tastierine à la Beatles, finendo per sedersi in un giardino segreto di nostalgie chopiniane: e tutto dopo aver visto affiorare spunti simil-bachiani, balenare spiritelli da colonna sonora di un horror italiano anni 60, spilluzzicare haute cuisine alla Prokoviev. E tutto in 3 minuti e 14 secondi. In questo giardino delle delizie non tutto è perfetto però: il rap di “H2” tra Jovanotti, Flaminio Maphia e Pino D’Angiò non mi convince proprio, così come il testo di “Skert Bert”, tra Daniele Luttazzi ed Elio e le storie tese. Una caduta di stile, d’accordo: meno male che c’è il resto del disco, che mostra una personalità decisa cui il paragone con Bugo, pur se necessario a far comprendere di che si parla, va decisamente stretto. Bravo.

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