Radici nel Cemento
Ancora Non E' Finita 2006 - Reggae

Ancora Non E' Finita

Innanzitutto: Uffa. Che già il cemento è duro, non cambia e concettualmente molesta una certa sensibilità arti-terapeutica. Se poi ci pianti anche le radici il rischio è che dopo quasi dieci anni non ti sei mosso di un millimetro. E sei fermo lì. E non si è sviluppato niente di più di ciò che già eri. No. Nel cemento l’acqua non ha la stessa efficacia che nel terreno. E non reclameremo certo ai ragazzi romani di cambiare il loro strato di argilla e calcare dentro cui si sono insabbiati. Non ci sono richieste, questa è una riflessione critica e florida. Di un disco venuto bene se sul calendario fosse il ’98. Se le Posse stessero ancora lì a tirarsi il sangue della controcultura e a vomitarlo addosso alle lotte sociali che oggi sono rare quanto ragù e spaghetti a Rotterdam. E’ finito tutto. Anzi è cambiato tutto. Il linguaggio, il suono, le attitudini e le intenzioni sono diverse. E i Radici del Cemento sono veterani di una guerra abbandonata, proiettati in una nu-generation combattiva e ardente. Una guerra messa da parte per prospettive più luminose. Più veloci. Nuove lotte. Nuove linee di distacco neuropsicologico. E mi dispiace per questo ennesimo gruppo storico (vedi Assalti Frontali) che torna, dopo due anni di vacanza da Occhio, apre la porta e Booom. Sorpresa. Le cose sono cambiate. Nessuna novità dal mondo del cemento e delle costruzioni edili, ma mille news dalla Giamaica, dall’Inghilterra e perché no anche dalla nuova Italietta (vedi Franziska). "Ancora non è Finita" invece è un disco che non smuove la vita di nessuno. Né la storia. Né nulla. Ed è stato messo in piedi da un gruppo che dovrebbe cambiare la propria vita in base alla sua storia, che non è nulla. Invece immobili al posto di blocco. Con una risposta povera alla scena che cresce parallelamente. Incostanze di un’attempata generazione. Approssimazioni sovversive condannabili a multe per dilettantismo passionevole. Di cui esempio più evidente ne è la cover trash di Mi Vendo di Renato Zero. Uno schiaffo in faccia allo stile. Certo resta il laghetto di facile populismo in cui galleggiano favolosamente i disagi delle lotte operaie ("Workin’Klass"), ma poca roba. I contenuti sono invecchiati e non più efficaci. E non è il problema (lavoro precario) che è cambiato, ma il sistema di immagini comunicative e l’espressività. E come fai a creare un’insurrezione spirituale o collettiva se parli l’aramaico antico in una società che durante la lettura di queste righe è cambiata già 2-3 volte?

Unica traccia medio-attuale è "FireWoman". Il resto è confusione tra ska, reggae pseudo-rivoluzionario e testi da quinta elementare in italiano, spagnolo, inglese e remoremottese. Canzoncine che sbavano sul 'speriamo che ce la passino in radio’ e suoni profondi, ma superati. E chissenefrega che il disco sia quasi tutto suonato da strumenti vivi e non da software scaricabili gratuitamente. Il risultato è in ogni caso freddo come la faccia di Bashar al-Asad, il presidente della Siria. Ecco perché Uffa. I gruppi così necessitano di ammodernamenti stilistici e aria nuova (vedi Africa Unite). Quindi vai giù con gli aggiornamenti. E la foga. Dai che ci crediamo tutti. Ancora non è finita.

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