27/11/1999 di Gaia Giorgio Fedi

È la prima volta che mi entusiasmo per un disco in cui non compare nemmeno l’ombra di una chitarra. L’album in questione è Bromio dei romani Zu, eccellente esordio sulla lunga distanza dopo due brillanti demo autoprodotti.

La formazione è nata nel 1997, dalle ceneri dei Gronge. Al trio originario, composto da Jacopo Battaglia (batteria), Massimo Pupillo (basso) e Luca Mai (sax contralto e baritono), si è aggregato in seguito il trombettista Roy Paci, geniale outsider dai luminosi trascorsi musicali in ambienti free jazz.

Questo lavoro è il frutto di una ricerca musicale fuori dagli schemi, e probabilmente soffrirà il peso di una creatività non allineata agli asfittici cliché cui il mercato discografico ci ha abituati. La tracklist è composta da undici brani strumentali, in tutto trentasette minuti di eccentrico distillato jazzcore. Caratteristiche dell’album sono l’utilizzo di moduli percussivi brevi e sincopati, un gusto raffinato per gli arrangiamenti, velocità e impressionante precisione negli stacchi. Una macchia sonora ipnotica e inquietante, che coniuga alla meccanica compattezza della sezione ritmica tipica del math rock le esplosive armonizzazioni jazzistiche dei fiati.

L’attitudine eclettica risalta già nell’iniziale Detonatore, con architetture compositive costruite su innesti poliritmici, e prosegue con le suggestioni klezmer di Xenitis, in cui si incontrano idealmente John Zorn e Goran Bregovic, mentre echi dei NoMeansNo risuonano negli accattivanti giri di basso slappato di Cane Maggiore. Passando attraverso le nervose sgroppate con venature funky di Paonazzi, il suggestivo tessuto armonico di Asmodeo e i deliranti slanci di Zu Circus, la potenza espressiva raggiunge il suo culmine nella splendida Epidurale, in cui la band estrae dal magma sonoro affascinanti geometrie cariche di tensioni emotive. Nella traccia conclusiva La grande madre delle bestie, le atmosfere claustrofobiche si dilatano, lasciando emergere con evidenza la matrice jazz degli Zu.

Il grande merito della formazione capitolina resta, infatti, quello di aver saputo fondere in una riuscita alchimia influenze apparentemente lontane, con buona pace di rockettari irriducibili e integralisti jazzofili. Un’ulteriore prova del fatto che le barriere, in musica, sono state definitivamente abbattute.

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