06/10/2006

Percorsi su un sentiero solitario in bianco e nero. Asciuttezza dark wave, sonorità sfumate tra gli alberi. La drum machine che fa tanto anni ottanta, ovunque i ricordi di “Faith” e “Seventeen Seconds”. L’influenza dei Cure attraversa i suoni e gli effetti, per terminare nella voce di Enrico Russo, molto simile a quella di Robert Smith. La tastiera introduce linee alla Psychedelic Furs, elettropopwave alla OMD come in “My time is falling out”. Brevi passaggi di “Show me your face” evocano la cupezza dei Bauhaus, e come dimenticare i Joy Division, omaggiati con “Where the dawn comes late”, che porta la mente dritta dritta a “The eternal”. Il basso gioca il ruolo fondamentale, è la spina dorsale di questo lavoro, la base sulla quale costruire intensità e sapori tra toni di grigio. Un valido ritorno al passato che stona col caldo di questi giorni, perché scuro e freddo, ma così gradevole da fare un’eccezione; suoni essenziali e pienamente eighties che a qualcuno potrebbero risultare anacronistici, ma che girano così bene da allontanare questo genere di critiche. Efficace la cura siciliana.

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La recensione Branches - Recensione - Distance di margherita g. di fiore è apparsa su Rockit.it il 16/07/2019

Commenti (1)

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