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RECENSIONE
23/11/2006

C’è un giro di versi, verso la fine di “Malocuore”, title track del secondo cd di Stefano Tessadri, che è emblematico della poetica del cantautore milanese: “Questo è un tango di rimpianto / che nasce e che muore / dov’è il passo preciso della tradizione”. Ma il tango è in tre quarti, e il pezzo se ne va in quattro che è una bellezza. Mostrandoci il cuore dell’ispirazione di Tessadri: vivere la vita attraverso un filtro, vedere le cose attraverso il vetro colorato e deformante (ma che rende tutto più bello) di un immaginario tra anni 50, Far West, Messico e Nuvole, fumosi baretti del South-Mid West. Rispetto alla prima fatica, in cui nelle canzoni sfilavano una serie di personaggi tipo della canzone d’autore italiana, divenuti veri e propri luoghi comuni, in “Malocuore” (il disco), l’immagianrio si sposta sulle tracce cinematografiche di Jim Jarmusch, Sergio Leone, Carlo Lizzani e forse financo Sergio Corbucci. Ci sono sempre i fari di Tessadri, Waits e Capossela, ma ora brechtiani e mitteleuropei (“Gli ammazzacommissari”), ora tex mex (“Pappagallo”), ora addirittura surf alla “Pulp fiction”, pure un po’ Urge Overkill (“Malocuore”). Di nuovo c’è un maggiore recupero della tradizione italiana: ci sono più Paolo Conte (“Il Circo Manicomiale”), fanno capolino De Andrè (la cover di “Tutti morimmo a stento”) e, in generale, proprio per questo, una maggiore personalità (il tradizionale “Malagueña Salerosa” sembra quasi un saporoso Celentano sagraiolo fine anni 60; “La parte migliore di me”, così jazzy e nottambula, pare un pezzo dei Non voglio che Clara). Ma rimane il dubbio su che senso abbia parlare di figurine coloniali d’altri tempi, di immaginarie fotografie che il tempo ha virato seppia come Pancho Villa (!!!) o citare Candido Cannavò, Gianni Mura e Gianluca De Angelis. Un album ben fatto, che piacerà a chi si attarda in questi crepuscoli tardocantautorali. E comunque: qualcosa di nuovo in cucina, proprio no?

Tracklist

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