18/12/2006 di Ilaria Rimondi

Matteo Allodoli è un cesellatore di miniature con lo sfondo di melodie senza tempo, che riscoprono il doo-wop con le sue sequenze armoniche perfettamente bilanciate. E' un illustratore di ricordi. Nei testi che indulgono nella difficoltà semantica, scorrono le immagini e i colori carichi degli anni Cinquanta, dei film musicali dei Sessanta interpretati dai cantanti "veri", o la serenità di un Carosello. Ogni brano è una stanza perfettamente e ossessivamente rifinita dell'immaginario fertile e colto di questo artista che gioca con la sua voce recitativa e addomesticata su Demetrio Stratos, con schegge di ritmo e improvvisi turbamenti del tessuto sonoro che creano attesa e immediatamente la sciolgono in divertimento, ma soprattutto stupiscono per la fantasia e la varietà delle soluzioni. E nell'insieme di tutti questi elementi spiccano coerenza e maturità che non cedono fino alla fine. Non desidero associare questa produzione a quella di artisti istituzionalizzati che possano ispirare futuri ascoltatori. Più teatrale, patinato e meno sanguinante del suo collega di Palustre Records Aldo Becca, ancora più demodè e raffinato di Arte Molto Buffa, Matteo Allodoli somiglia a sé stesso e raccontarlo è divagare esattamente come fa la sua musica. Andrebbe incontrato anche solo per la sottile maestria con la quale sa scuotere tutti i sensi che devono essere coinvolti in un'emozione.

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