Giardini di Mirò Dividing Opinions 2007 - Sperimentale

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La formazione emiliana alle prese con un disco politico, ideologico e in cui prende del tutto forma la loro identità.

Se è vero che ogni pedalata è fatta per compiersi, è altrettanto vero che – al di là di ogni tecnica d’allenamento – non è scontato che nel momento giusto le gambe girino a dovere. Niente è dato una volta per tutte. Nessuno è salvo per sempre. E, soprattutto, non esistono gli Eroi come ce li hanno raccontati. Non era perciò già dato che il nuovo disco ufficiale dei Giardini di Mirò, il terzo per la bolognese Homesleep, portasse necessariamente con sè tutto il talento espresso in questi quasi dieci anni di band, e ponesse una risposta agli interrogativi stilistici che ogni grande percorso artistico condivide naturalmente con i propri interlocutori, cioè il pubblico, la gente. Ma dei Giardini di Mirò, oltre che l’innegabile capacità di costruire canzoni pop vicine al post-rock e lontane dalla stucchevolezza, abbiamo sempre amato l’onestà intellettuale e il rigore creativo. Il metodo. L’abnegazione. Il rispetto nei confronti della Musica. Doti che, al di là di ogni singolo possibile giudizio legato alla particolare canzone o al dettaglio, fanno di questo gruppo di musicisti un esempio insostituibile per tutta la Musica Italiana. Un punto di riferimento intellettuale.

Quanto è cambiata l’Italia da quando scrivere una recensione a questa band significava anche militare per la salvaguardia del Bello e del Nuovo e del Diverso in un’Italia offuscata dal consumo acritico e antiestetico. Quanto è cambiata la “scena indie italiana”, di cui i Giardini di Mirò, come tutti i talenti, si sono sempre estraniati dalle perdenti lotte interne degli scarsi. Quanto si è svalutato quel premio che ringraziava i Santa Sangre, consacrava i Valentina Dorme e lanciava i Baustelle, e che dava a Rise And Fall Of Academic Drifters gli onori della visibilità e l’onere di meritarsela nel futuro. Già, quanto? Oggi, scrivere dei Giardini di Mirò – una band che semina sold-out in ogni club che visita – e di Dividing Opinions – un disco suonato persino su Radio Rai nel primo pomeriggio – rischia di portare all’elogio autoreferenziale, al testamento compiaciuto o – ancora peggio – all’agiografia. Cosa pessima e fastidiosa, soprattutto per gente di provincia che conosce la vera dimensione del quotidiano e sa distinguere le cose importanti dalle cazzate per turisti.

L’arma è rimettersi in gioco.

Non si può essere padroni del proprio tempo, ma si può esserne interpreti militanti e propositivi.

Dividing Opinions è così un disco politico. Ideologico. Di rottura. Per nulla autocompiaciuto. Denso. Violento. Perdutamente incazzato, eppure così poetico nel suo ricercare la grazia. È il disco che vede la band reggiana abbandonare gli stereotipi e il chiacchiericcio per divenire definitivamente se stessa. Né semplicemente post-rock, né shoegaze e né indietronica. Tutto questo assieme per un agglomerato che non ha paura di guardare agli anni ’90 del noise-arty-rock (Embers e lo spettro dei Blonde Redhead) e a una sorta di nouvelle vague contemporanea (Spectral Woman). Termometro emotivo sublimato in canzoni. Il bacio dentro la guerriglia. Per chi subisce la tensione e affoga nell’amore. Non c’è più Alessandro Raina (nonostante il testo del capolavoro pop Broken By porti la sua firma), che al precedente Punk... Not Diet! aveva regalato la sua voce e i suoi squarci di poesia, ma ci sono Jukka Reverberi e Corrado Nuccini che fanno tutto quello che non sono riusciti a trovare fuori da loro. I Giardini di Mirò non potevano più essere una band strumentale, ed evidentemente non potevano più avere Raina come cantante. Prima di tutto il gruppo, come dice Marcello Lippi. Così, ecco due voci certamente non morriseyiane come quel Glen Johnson dei Piano Magic ospite in Self Help, ma fruttuose, adatte, gradevoli. Perfette. Come lo era Gianluca Pessotto, uno che non sbagliava mai un cross. Continua dunque ad essere lo Spirito (e cioè l’insieme dei Valori che rappresentano, lo Stile che incarnano, insomma, la loro umanità) a cementare il rapporto che hanno con la gente. Perché, si sa, le canzoni non sono semplicemente delle note messe in fila. E perché "noi siamo un gruppo prima che un prodotto", come dice Davide Toffolo.

Dividing Opinions risulta perciò la summa di tutto ciò che i Giardini di Mirò hanno seminato e cresciuto. Una raccolta di brani di rara bellezza, dall’insieme coerente e compatto, dal grande peso specifico. Una sorta di pietra miliare della loro storia che inevitabilmente finirà col diventare un cimento condiviso, riverito, temuto, analizzato e studiato. Inevitabile però porsi l’interrogativo del domani. Perché ora che il suono è cristallizzato, la poetica mai così fulgida, rimarrà da scoprire dove i Giardini di Mirò potranno andare poi. In quale direzione. Verso cosa. Un interrogativo che nasconde, latente, la consapevolezza che dietro la loro Storia ci siano dieci anni di indie rock italiano, la sua evoluzione e in un certo senso il suo compimento. Una riflessione naturale che, come per quella pedalata di Gianni Bugno, ci va di condividere, consapevoli di attribuire a questi musicisti responsabilità ben maggiori rispetto allora loro Missione Numero Uno, cioè scrivere belle canzoni. Ovvero tutto quello che Dividing Opinions contiene. Oltre, ça va sans dire, a tutto il resto.

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La recensione Dividing Opinions di Scritto da Giulio Pons è apparsa su Rockit.it il 2007-02-06 00:00:00

COMMENTI (24)

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  • nachofever 11 anni Rispondi

    Oh, niente di più vero... non capisco perchè l'indie debba essere per forza "cervelloso" (da distinguere dal geniale) e al pubblico sempre più esiguo debbano essere inflitti concerti di una noia quasi violenta... poi si va tutti a nanna, sbuffando e quasi incazzati.

    Quello che dici è verissimo, molti dei gruppi osannati, tolta la tecnica e l'indiscutibile talento, si spercolano nella costruzione di canzoni complicate, noiose e totalmente inutili... con tutto che non sono contrario alla musica sperimentale e "difficile" quando rigorosa...

    Il tuo commento è grandioso misterioso ab

  • utente0 14 anni Rispondi

    straquoto
    e posso dire che ne conosco tanti altri che la pensano allo stesso modo (praticamente tutti i miei amici) infatti ci chiediamo tutti come mai abbiano tanto misterioso "successo" e supporto.un vero mistero!
    e soprattutto chi, dove e perchè!boh!

  • utente0 14 anni Rispondi

    Gruppi così sono la spiegazione del perchè in Italia il rock and roll non ha mai attecchito. Essendo genere genuino e popolare.
    Invece siamo pieni di "sperimentatori" che suonano tutti la chitarra allo stesso modo e di concerti che non "divertono" (nè intrattengono) davvero nessuno.
    Non ho ascoltato questo disco, ma mi ricordo i precedenti, e soprattutto un concerto di qualche anno fa, del quale non mi ricordo assolutamente niente (se non la peggiore versione di "i wanna be your dog" mai sentita, ma d'altronde non credo che vera rabbia possa venire da borghesi ben pasciuti), non una canzone, un passaggio originale, un qualsivoglia gesto definibile come "artistico" (in qualunque senso).
    Mi dispiace che ci si ostini su questa via, invece di fermarsi un attimo a pensare, quando si scrive di musica. L'indie italiano è composto per la maggior parte di gruppi non scarsi (non lo sono questi giardini), ma dannosi quando non inutili.
    L'unica cosa azzeccata è forse il titolo a questo punto, anche se di facile prevedibilità, visto che quando si gode di tale supporto (un pochino cieco, se posso dirlo senza offendere gente che ha una passione vera per la musica) critico, le liti, e le opinioni contrastanti, si annusano lontano un miglio.

  • utente0 14 anni Rispondi

    Un disco che non va da nessuna parte, senza alcuna idea, incensato da quattro gatti a Mtv che credono di aver cambiato il concetto di "Pop" in Italia. Scarto pop tra primo e ultimo disco? Ma di che state parlando: è la solita melassosa lagna, formula abbandonata da migliaia di gruppi post-rock internazionali perchè più evoluti. i Giardini suonano come gli Hood di 7 anni fa...e ne approfittano perchè gli Hood in Italia li conoscono - a livello di ascoltatore mainstream- in 4.
    Poi non capisco cosa c'entrino i concerti. Laura Pausini all'estero fa i pienoni, quelli veri con centinaia di migliaia di persone, e vende milioni di dischi. E a me la Pausini non piace..e a nessuno di voi piace. Solo che all'estero tanta gente che ascolta Pop pensa che sia una brava artista. Allora? Salvo che il concetto di pop può esser concepito in maniera diversa ed evoluta, quello dei Giardini non è un disco pop. Però se vi piace pensarlo perchè fa meno snob di quanto in realtà l'ascoltatore storico dei Giardini non sia...liberi di farlo. Salut. Ma è un disco che non va da nessuna parte.

  • rob 14 anni Rispondi

    Non nominare il nome di Gianni invano. :[

  • manfredi 14 anni Rispondi

    bella recensione davvero
    :)

  • martello80 14 anni Rispondi

    Gran Disco cazzo, e dal vivo spaccano di brutto, complimenti ragazzi continuate così... Peace Marte

  • lyz 14 anni Rispondi

    ...facciano...

  • faustiko 14 anni Rispondi

    allora fissiamo dei paletti: l'attitudine 'pop' dei gdm si rivelerebbe in che modo secondo te?

    a parte questo: confronta "rise and fall..." e "dividing opinions". non ci senti lo scarto 'pop' tra il primo e il secondo? mi pare evidente che se uno oggi inizia a conoscere i gdm ascoltando "dividing opinions", da profano rispetto a quei suoni, c'è qualche possibilità che si avvicini al resto della loro discografia. più difficile, invece, che avvenga il contrario. o mi sbaglio?
    non é un discorso di quale sia il migliore fra i due, ma dell'accessibilità della loro musica.

    detto questo, siamo consapevoli che stiamo parlando di aria fritta non una ma 10 volte!?! :]

  • acty 14 anni Rispondi

    ...mi pare te l'abbia spiegato, no? c'è una recensione piena di parole!
    se invece stai chiedendo a me... non saprei come spiegartelo, visto che non mi piace :)