20/04/2007

Difficile. Quando si hanno aspettative. E quando queste sono particolarmente alte. È difficile calibrare bene i pensieri, riordinarli con pazienza e farli sgocciolare con metodo prima di fissarli nero su bianco attraverso una lunga sequenza di parole (la migliore combinazione possibile, peraltro). Perché il rischio è che a parlare sia poi la compagna più cara delle aspettative. La delusione. Che nei primi ascolti è lì, che ti tenta e ti pungola allo stesso tempo. Roteando a mo’ di ventaglio quel piccolo e misconosciuto capolavoro che era il disco precedente dei Laundrette, “Weird Place To Hide”, per svariate ragioni – personali, storiche, e nondimeno artistiche – un lavoro che ha scandito lo scorrere di tanti chilometri sul cruscotto della tua automobile e il trascorrere di un bel pezzo della tua post adolescenza universitaria.

“A State Of Form” è nato dopo una gestazione lunghissima. Registrato nei primi mesi del 2006 e pubblicato soltanto ora, l’album segna il ritorno della band dopo un silenzio durato quattro anni. Che è una vita. A pensarci vengono i brividi. In tutto questo tempo cambiano le mode, la tecnologia, i gusti e i suoni che girano nei nostri stereo. E cambiano anche loro, i protagonisti della recensione. Che nacquero un decennio fa come trio, hanno proseguito come quartetto e ora si ripresentano nuovamente in una formazione a tre, a seguito della defezione del chitarrista Lucio Febo. Ma la formula-Laundrette rimane sostanzialmente la stessa. Indie rock che si inoltra in un sentiero classicamente pop – strofa/ritornello/strofa – esponendosi però a continue imboscate (Noise? Sperimentali?) dalle strutture decisamente più complesse.

Però mancano quelle melodie che erano un ennesimo miracolo del rock indipendente. I semi sparsi dagli Shipping News e dagli Unwound che germogliavano forti e vigorosi per fare breccia nei nostri cuori. Non che il nuovo disco ne sia privo. Anzi. Ma ne fa un uso più parsimonioso. Come se volesse fare una scrematura tra chi li segue dall’inizio di tutto (“Gli impazienti vadano a casa, noi abbiamo di meglio da fare che soddisfare subito le vostre pretese”, sembra quasi che dicano questo, tra un brano e l’altro). E allora c’è la canzone iniziale che è un benvenuto caloroso ma allo stesso tempo sobrio. C’è “Get Triggered” che è la ballata della commozione ma anche un saltellante scioglilingua (!) indie rock. C’è “About The Weather” che è una narcolettica successione di arpeggi e bassi boombastici prima dell’esplosione finale che libera voci ed emozioni.

E mentre scrivi queste parole ti rendi conto – all’ennesimo ascolto – che la delusione capisce e va via un po’ alla chetichella. Perché l’album tutto sommato funziona. Pur non impressionando. Pur non massaggiando le zone più nascoste della tua sensibilità. Pur non eguagliando in bellezza e completezza il predecessore. I Laundrette perdono in smalto e ispirazione, ma resistono. E dimostrano di essere ancora vivi e combattivi.

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