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album Impossibile mutazione Anhima

recensione Anhima Impossibile mutazione

1999 - Rock, Alternativo, Electro

RECENSIONE
14/05/2000 di Gianluca Galletti

Non smetterò mai di credere nella musica e soprattutto nel talento di Daniele Tarchiani. Situazione non facile quella degli Anhima, dimenticati da tempo e solo in parte riemersi grazie a questo lavoro che rischiava di invecchiare in cantina (la registrazione risale infatti agli inizi del ’97). Oggi è una band a tutti gli effetti abbandonata a sé stessa, al limite del collasso, lo stesso che ha forse cancellato un combo per certi versi simile: i milanesi Karma. Nonostante tutto, Daniele non si è arreso e ha già pronti i nuovi brani per un auspicabile quarto disco.

Questo CD, uscito quasi in silenzio nella seconda metà di marzo del ’99, non ha avuto una sufficiente promozione e sembra oramai introvabile. Rispetto alle energiche ed essenziali sonorità di “Toccato dal fuoco” del ’95 è stata incrementata la presenza delle tastiere e dei suoni campionati ma, come in passato, la voce e i testi di Tarchiani restano la caratteristica fondamentale del gruppo che dal ’96 è stabile intorno alla nuova sezione ritmica costituita da Leonardo Martera (Neon) e Lamberto Piccini.

Il brano di apertura è subito diretto e qui, più che altrove, prevale l’elettronica che accompagna tutto l’album senza mai attenuarne lo spirito rock. “Sulla pelle c’è un’insegna scura che vede soltanto chi è cieco nel cuore”: riferimenti autobiografici sono presenti ovunque e la rabbia si manifesta soprattutto con parole come queste. A parte l’eco della tradizione rock fiorentina, “Impossibile mutazione” conferma una connaturata vena melodica resa irresistibile dall’espressività del cantato. “Dharma” continua a infierire e ci trascina nel profondo, insistendo sull’irreversibile diffidenza di chi è stato deluso troppe volte: “Impari meglio se il silenzio è il solo amico”. Attimi sempre più intensi tra le note di “Più di un sospiro”, generata da una chitarra acustica, e “Dammi un segno”, entrambe accompagnate nel mezzo da un lungo fraseggio blues di Lorenzo Piscopo e nella seconda dai magnifici spirituals di Francesca Sandroni. L’ibrido 'funkantautore' di “Doxa” purtroppo sembra una forzatura al numero dei brani contenuti, non regge il confronto con il resto e l’assenza nella scaletta dal vivo lo dimostra. “Dino in Paradiso” recupera tono, ripercorrendo le atmosfere pesanti e corrosive che gli Anhima ci hanno regalato in passato con “XTC” o “Malamore”. Un’altra storia di degrado e solitudine che ancora, anche se con ironia, mette in gioco la diffidenza: “Dino lo sa chi è San Pietro ma non si fida e allora tiragli Dino”. “Fragole e sangue” è un probabile ringraziamento a chi si sbatte per loro, anche e soprattutto sotto il palco. “L’era della scimmia” inizia con un vortice elettronico ed esplode in un incalzante riff di chitarra che struttura tutta la canzone includendo, dopo qualche attimo di silenzio, una probabile ghost-track strumentale.

Un disco di puro rock italiano, quello con la chitarra né troppo noise, né troppo pulita. Per il resto, che altro dire? Sono sempre gli Anhima e l’adrenalina aumenta ogni volta che li ascolto.
 

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