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RECENSIONE
18/07/2007

Secondo disco di Daniele Luttazzi, che conferma le coordinate stilistiche messe in mostra dal primo: immaginate l’anello mancante tra il “Rat Pack” di Frank Sinatra e Dean Martin da un lato e la sophisticated new wave di Joe Jackson periodo “Night & Day” dall'altro. Certo, manca un pezzone della Madonna come era “Money For Dope” nel primo, omonimo, disco: ma la qualità generale dei pezzi è meno discontinua ed è in grado di sciorinare un insieme di influenze a spettro davvero ampio, dai Wall of Voodoo ad Anthony & the Johnsons a Bing Crosby, da Carole King al gospel ai Wang Chung, da George Gershwin al be bop a David Bowie.

Non c’è una storia a unire i vari brani, ma un senso tragico della vita, “A Place Of Cries” come la canzone omonima, dove anche se a volte i sogni si avverano, la catastrofe è dietro l’angolo: evidente in “Dreams Come True”, dove di fronte a un’orgia in aereo con tanto di vogliose prostitute (lo so, è un controsenso, ma si tratta di un sogno, no? Lasciamolo sognare), il protagonista pensa: “Spero che l’aeroplano non caschi. Mi seccherebbe che i giornali scrivessero che tra i rottami di un incidente aereo sono stati trovati i miei resti nudi”. Così, il nesso tra la produzione musicale e quella satirica di Luttazzi è evidente: un gioco di funambolo in equilibrio sull’abisso tragico che è la vita, nel tentativo disperato di dare a tanto squallore una forma diversa, elegante, un po’ come dice in “Three Kind Of Paper”, “Shape your life differently”. Lo avrete presente: i vestiti impeccabili, l’eleganza un po’ aspra ma amichevole con cui si presenta sul palco, le scenografie scintillanti dei suoi ex show televisivi, le belle ragazze di cui si circonda sono il corrispettivo dei lussureggianti arrangiamenti di questo disco, capaci di suonare sempre garbati, in un’ideale set che proietti la classe degli anni 50 in un futuro senza tempo, dove la bellezza riscatti il dolore. E si viva liberi. Come dice in “The Flowers in Spring”, “le cose migliori della vita non appartengono a nessuno: i fiori in primavera, il Crosby che di nome fa Bing, i delfini che sorridono non sono tuoi, non sono miei”.

“School is Boring” conferma il talento da crooner di Luttazzi, capace di assumere credibilmente l’eredità dei due splendidi vecchietti Johnny Dorelli e Nicola Arigliano. Sarebbe bello che qualcuno se ne accorgesse. E sarebbe bello vedere un sabato sera tv con Luttazzi, la sua orchestra, le sue canzoni intervallate dai suoi sketch. Altro che “Studio Uno”.

Tracklist

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