Luca Carocci, un personaggio demodé.
C’è qualcosa di antico tra queste otto canzoni. Qualcosa che sembra essersi perduto, nascosto tra le pieghe di una produzione discografica ipertrofica, con la sua pretesa di ascolti veloci e superficiali. È necessario dirlo: Luca Carocci è un personaggio demodé. Registra in presa diretta, preferisce la lentezza, scrive di sentimenti, di perdono, di viaggi verso se stessi. E l’algoritmo? Che si fotta, ecco.
L’esperienza alle spalle conta: già produttore, più di una nota buttata giù per il cinema, un paio di album inseriti nel curriculum nonché qualche storia condivisa con Alex Britti. E per storia si intende canzoni scritte a quattro mani. Come Una parola differente, che l’autore di Solo una volta pubblicò come singolo sei anni or sono, o Canzone semplice, ovvero l’opener di Gesucristo forse è morto di freddo, un piccolo capolavoro di leggerezza. Dal suo illustre collega, Carocci sembra aver ereditato un certo amore per il blues (un brano come Cammina bambina è lì a dimostrarlo), ma come termine di paragone basta e avanza. Perché Carocci insegue, oltre alla leggerezza, un suono pulito e intimo, in equilibrio tra l’acustico e l’elettrico (la title-track, per dire, non è nient’altro che una veloce e scomposta scossa), assecondato non solo dalla sei corde ma anche dagli interventi (non secondari) del pianoforte o del sax baritono (che marchia a sangue l’atmosfera di Le sere di maggio).
Potremmo classificare il tutto come un album di un cantautore bravo e diligente ma poco incline al coraggio: non sia mai. Solo su una gamba o Tu che difendi il lavoro per non farsi male viaggiano su altri ritmi, su di una forma canzone meno ortodossa: l’impressione è che la produzione (curata dallo stesso Carocci in combutta con Roberto Angelini), a un certo punto abbia voluto lasciare maggiore libertà alla band, che sembra aver tradotto, nel crescendo delle parti finali dei due pezzi, alcune jam improvvisate in studio. La già citata Solo su una gamba, tanto per essere chiari, sembra viaggiare verso soluzioni più ricercate, tra onirismo e respiri dream-pop. Bene così.
Semplici supposizioni, certo, ma una certezza è ben salda: Gesucristo forse è morto di freddo è un album che si fa amare grazie alla propria autenticità. Avercene di personaggi demodé come Luca Carocci…
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La recensione Gesucristo forse è morto di freddo di Scritto da Giulio Pons è apparsa su Rockit.it il 2026-03-01 17:43:00

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