Weekend MartyrCRUEL HOUSE2026 - Psichedelia, Blues, Alt-country

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Il secondo disco dei Weekend Martyr è una creatura dal corpo blues-punk e la testa da busker, sembra la colonna sonora di chi cerca qualcosa a cui appendersi

Un suono di una grattugia, un suono che sa di casa, perché è la genesi di ciò che nasce e si consuma sotto l'ombrello dell'underground, sotto le grandi ali dei DIY. Sentendo questo suono, quando è onesto - e questo è uno di quei casi -, ecco che in noi marci romantici si attiva qualcosa, un sensore sottopelle, e torniamo ad orientarci anche quando si pensava di aver smarrito i propri compagni, nella notte del mainstream che porta inesorabilmente verso la settimana del sacro festival della canzone.

Underground come la città da dove provengono, Livorno, portuali per come cantano e sanno creare racconti a mezze parole, i Weekend Martyr sono tornati con il secondo disco quasi esattamente dopo due anni da GASTRIN. Inizia tutto in modo quasi gongolante, col pezzo che dà il titolo all'album, Cruel House, e già è chiaro che i toni saranno più scuri e rallentati rispetto al capitolo precedente. Aleggia basso lo spirito di un Iggy Pop incenerito, subentrano i toni della vocalità di un Nick Cave salmastro, e il tutto si fa molto più blues, molto più scalcinato, in una discesa tranquilla e fangosa verso le bettole della musica indipendente.

Il suono di grattugia è il padrone assoluto di Cruel House, che si trasforma mano a mano che trascorrono i minuti in una creatura ibrida con il corpo punk e la testa da busker, con un piglio che potrebbe ricordare da lontano la grande secchezza dei Violent Femmes. Solamente che i laghi dei Wisconsin in questo caso sono le acque del Tirreno, le alture sono diventate ponti e cantieri, il sale ha dato un peso diverso al filtro che appesantisce la voce di Riccardo Prianti, e questo apparente buonumore che l'attitudine punk acustica sembra portare con sé svanisce e porta al limite di un mondo dove si sentono solo grida squarciate, come nella splendida Edge.

E forse lo squarcio arriva davvero, non per un gesto violento, non per uno strappo, ma per l'usura. Le ultime due tracce di Cruel House lavorano come un piccolo punteruolo nelle orecchie di chi ascolta. Prima Sea Seed, una strana marcia scalpellata con svirgoli e assoli di chitarra acidissimi e una voce che sbatte ripetutamente contro una singola fortissima immagine marittima. Infine Look Up, che completa il quadro di questi 13 minuti di musica che si infrange sulle prue di svariate navi ferme da anni nel porto in attesa di essere rimesse in navigazione.

Le ultime battute di Cruel House sono una carezza che scrosta le chiglie, il grande passo finale in cui le chitarre acustiche si vanno a nascondere nel rumore, in quello che potremmo definire facilmente mettendo un "post" davanti alla definizione. Post rock, post punk, post folk-punk, poco importa, perché i Weekend Martyr sanno per certo di venire dopo, dopo la fine delle certezze, e questo loro secondo disco suona esattamente così: come la colonna sonora di chi cerca qualcosa a cui appendersi. Se tutto ciò punge e ci ricorda la nostra musica preferita, allora siamo nel posto giusto.

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La recensione CRUEL HOUSE di Scritto da Giulio Pons è apparsa su Rockit.it il 2026-02-13 00:38:00

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