Chitarra, basso, batteria e passa la paura.
Ha senso oggi fare un disco di rock "puro"? In un mondo dominato da un pensiero che fa convergere l'ago della bilancia sempre più verso il "No", Nanni Gaias ha deciso da che parte stare (quella opposta) affacciandosi al 2026 con RESTARE VIVI, il suo nuovo disco.
Prodotto da Sámbene Production, l'ultima prova sulla lunga distanza del musicista sardo classe '96 si compone di una decina di tracce costruite attorno a quell'ossatura minimale che da sempre regge l’immaginario e la grammatica del rock: chitarra, basso e batteria.
A parte qualche piccola aggiunta di organo elettrico (Sunrise, tequila e sigarette rotte) e violini (Ti porto con me), quest'infallibile trittico resta sempre al centro, scartando stoicamente qualsiasi tipo di synth o sovrapposizione elettronica. Un'anima analogica fino al midollo, resa ancora più materica da una produzione che evita eccessive lucidature, facendo emergere senza alcun timore spigoli, asperità e frizioni sonore che non guastano l'ascolto ma anzi, rappresentano la sua più grande forza.
E attenzione: non stiamo affatto parlando di un lavoro monocorde - e ormai anacronistico - come può esserlo, ad esempio, un disco degli AC/DC. Bellissimo Highway to Hell, per carità, ma dopo quasi 50 anni anche basta usarlo come unico parametro di giudizio del rock (vero Virgin Radio!?). In Restare Vivi, Nanni Gaias dimostra infatti una scrittura cangiante, capace di adattarsi a tanti mond senza perdere la propria identità.
In mezz'ora abbondante il disco passa da introduzioni strumentali sporche e frenetiche come Fuckin' in the Bushes degli Oasis (Primo sangue), a flirt con la granitica sludginess dello stoner (Falsi dei), passando per le atmosfere implose dell'alternative rock afterhoursiano (Occhi di Venere), le abrasioni proto-punk à la MC5 (Illusioni di vetro) e le distorte introspezioni del post-grunge (Sguardi rotti).
Territori diversi, spesso confinanti con un’idea di rock "pesante", tenuti insieme da una tensione melodica di fondo - mai ostentata ma sempre presente - e, soprattutto, dalla nasale ruvidità di Gaias, che dosa cum grano salis linee vocali all'occorrenza più melodiche e sporche, senza mai eccedere né dall'una né dall'altra parte.
A dire il vero, non proprio tutti i pezzi centrano allo stesso modo il bersaglio: Ti porto con me scivola in un britpop un po' (troppo) accomodante, mentre la titletrack guarda a un pop rock dal respiro quasi nazional-popolare. Ma, una volta tirata la riga, RESTARE VIVI suona a tutti gli effetti come un disco rock credibile uscito in Italia nel 2026. Prendetevi un secondo e rileggete questa frase, perché non capita spesso.
Perché RESTARE VIVI non è un lavoro che cerca di rincorrere per forza sonorità rivoluzionarie o rimestare in una compiaciuta nostalgia ma un disco che vuole semplicemente fare casino. Che poi, in fin dei conti, è l'unica cosa che conta davvero quando si parla di rock.
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La recensione RESTARE VIVI di Scritto da Giulio Pons è apparsa su Rockit.it il 2026-02-25 21:12:31

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