Ritornare alle origini per trovare la propria direzione.
Che sia una meta in cui passare le vacanze, un bar dove bere qualcosa con gli amici o un disco da ascoltare, "si ritorna sempre dove si è stati bene". Un celebre adagio popolare che Lou Vice ha deciso di interiorizzare con The Other Way, il suo ultimo album, scegliendo di (re)immergersi nel proprio retroterra sonoro.
A 300 giorni esatti dall'uscita di Passi dal gigante?, il cantautore catanzarese - dietro al cui moniker si cela il musicista classe '90 Luigi Longo - torna infatti con un lavoro che prende una direzione ostinata e contraria rispetto alla natura frammentaria del suo predecessore. Il risultato di questo cambio di rotta sono otto tracce alle prese con una serie di reminiscenze proustiane, in cui le madeleine cedono il passo a un provvidenziale viaggio in Egitto e ai ricordi delle band in cui il musicista calabrese ha mosso i primi passi, ormai quasi trent’anni fa.
Un vero e prorio salto indietro nel tempo, guidato nella stragrande maggioranza dei casi da riff di chitarra incisivi nella loro linearità, che di volta in volta si piegano alla grezza energia del primo grunge à la Mudhoney (White Noise) o all'alternative rock "sporcato" di funk, dal forte sapore chillipeppersiano, in particolare quello di Californication (No Halo e Cracks in Fire). Non mancano comunque un paio di parentesi in grado di spezzare il fiato - nel senso più positivo del termine - al lineare scorrimento di The Other Way, come le suggestioni spagnoleggianti evocate in Steel Tide o i delicati arpeggi da ballad acustica di I Miss You.
Interessante la scelta di Longo di "tenere insieme" le tessere di questo puzzle - scritto, arrangiato, registrato, suonato e mixato in completa autonomia - attorno a un’unica tonalità, quella di Sol minore. Una soluzione che conferisce al disco un senso di coesione, pur muovendosi attraverso una gamma stilistica piuttosto ampia.
Se sul piano strumentale Lou Vice dimostra di non lasciare nulla al caso, grazie a registrazioni curate e arrangiamenti semplici ma ben ponderati - cosa per nulla scontata vista natura completamente self-made del progetto - lo stesso non si può dire per le parti vocali. Purtroppo, la decisione di scrivere e cantare (per la prima volta) in inglese finisce infatti per rappresentare il punto più fragile del disco. La sua pronuncia un po' "maccheronica" contrasta infatti con la solidità del sound, lasciando un retrogusto leggermente stropicciato che ne intacca, almeno in parte, la credibilità.
Al netto di questo limite, Lou Vice compie con The Other Way un passo in avanti rispetto a Passi dal gigante?- il gioco di parole era d'obbligo - rispondendo a quella necessità di confezionare dischi più a fuoco, guidati da una visione musicale più precisa e coerente. Un'evoluzione che, unita a una proverbiale "sciacquata di panni nel Tamigi" o un ritorno alla lingua italiana, potrebbe completarsi nel migliore dei modi.
---
La recensione The Other Way di Scritto da Giulio Pons è apparsa su Rockit.it il 2026-04-03 14:08:25

COMMENTI