L'album della marutirà (a modo suo) di Filippo, che sulle macerie canta da dio
A ognuno di noi è capitato, almeno una volta nella vita, di provare la sensazione che il mondo si stia sgretolando sotto i nostri piedi. E quando questo mondo finisce in frantumi, resta una domanda silenziosa: rimanere inermi tra le macerie o imparare a riconoscerle come materia da cui ricominciare? Un istinto naturale di sopravvivenza ci spinge a rialzarci dopo ogni caduta, anche se ognuno reagisce alle difficoltà in modo diverso. E se è vero che ogni cosa finisce, è altrettanto vero che ogni volta che qualcosa giunge al capolinea, arriva il momento in cui ci si rende conto che c’è una storia ancora da scrivere, e che qualcosa di nuovo può nascere o ricostruirsi.
È quello che è successo a Filippo Uttinacci, in arte Fulminacci, che ha preso la fine di un amore, il crollo delle certezze, il lasciarsi indietro pezzi interi di vita, e lo ha trasformato in voce, suono e racconto, riuscendo a generare bellezza dalle crepe, dalle assenze e da ciò che non è più. Nasce così “Calcinacci”, un titolo che sa di polvere e di rinascita, di ciò che resta dopo la distruzione (i calcinacci, appunto), ma che poi diventa anche il materiale da cui ripartire per dare forma a un nuovo edificio. O ad una nuova versione di sé, a seconda dei casi.
Il cantautore romano, con Calcinacci, sceglie di mettere a nudo la sua parte più fragile e disillusa, trasformando le crepe emotive in materia narrativa, muovendosi tra malinconia e consapevolezza, senza perdere l’ironia tagliente, l’intelligenza e la leggerezza che lo caratterizzano. La produzione di GoldenYears (Piero Paroletti), già al suo fianco anche sul palco dell’Ariston in qualità di direttore d’orchestra, rende il suono più asciutto e minimale, lasciando spazio alla scrittura e alle emozioni. Non è un caso che “Calcinacci” sia il primo album interamente concepito e registrato a Roma, senza la pressione dei tempi serrati o lo stress delle trasferte. E si sente.
«Il bello di questo disco è che dentro ci sono passati compagni di avventure. C’è tanta scena romana», racconta Filippo. È proprio questa "scena romana" a trasformare il cantiere solitario in una sorta di rimpatriata tra le rovine. Del resto, non (ci) si ricostruisce mai davvero da soli, e questo disco lo dimostra aprendo le porte ad alcuni compagni di viaggio che aggiungono sfumature e prospettive diverse al racconto: c’è la collaborazione di Calcutta in quella geografia sentimentale che è “Da qualche parte in Italia”, nel quale il protagonista si definisce un “caso clinico”, ma non c’è spazio per la tristezza, perché la controparte l’ha presa e l’ha chiusa in un caveau.
C’è il cameo vocale di Tommaso Paradiso in “Maledetto me”, brano pervaso dalle emozioni contrastanti che scaturiscono da un incontro casuale nel traffico: se rivedessimo dopo tanto tempo una persona che ci ha fatto battere il cuore, cosa le diremmo? Del resto, l’immaginazione ha un ruolo fondamentale in questo disco: “È stato bello, anche se è successo soltanto nella mia testa”, canta in “Indispensabile”, brano che gioca invece sul dualismo tra l’abbandonarsi con leggerezza ad un'emozione e il rendersi conto che l’altra persona è già una “dipendenza da gestire”.
Tornando alla scena romana, tra i brani più intensi e malinconici del disco c’è sicuramente “Fantasia 2000”, in cui Filippo e Franco 126 cantano di come “certe piccole parti di noi sono solo per chi le dimentica”. E se poi nello stesso testo aggiungi anche “Piangerai, solo per non ammettere mai che c’è una fine e un inizio”, la fitta al cuore è assicurata. Tutti Fenomeni dà il suo contributo in “Mitomani”, brano ironico in cui si sentono tantissimi echi di Battiato, non solo nella musica e nel testo, ma anche nelle intenzioni: descrivere lo showbiz come una sorta di fiera delle vanità. “Un no ascetico è un sì mondano”, “gli accrediti ai concerti, gli abbracci ai release party” sono solo alcune delle immagini che vengono usate per descrivere un mondo di “zucchero e pettegolezzi”.
In “Nulla di stupefacente”, insieme ad Ok Giorgio, si affronta un tema molto importante: la difficoltà nel chiedere aiuto, anche quando ci si rende conto che se ne ha bisogno. E se invece la nascita di qualcosa di importante venisse inizialmente scambiata per una roba da niente, un semplice “olio su un pezzo di pane”? È quello che accade in “Niente di particolare”, un brano che ci ricorda come spesso tendiamo a sottovalutare ciò che è essenziale solo perché inizia in punta di piedi, senza colpi di scena eclatanti. Eppure, a pensarci bene, le cose semplici sono anche le più belle, quelle capaci di sfamarci l'anima e colmare il vuoto.
E poi c’è “Tutto bene”: Filippo, la sua chitarra (“la stessa di sempre, per sempre”, dice lui), pillole amare difficili da buttare giù, salite come lezioni di vita che non si riescono ad imparare, Dracula icona e gay, e le giornate mondiali che, in fondo, sono giorni normali. E come non citare, ultima ma non per importanza, quella bellissima passeggiata solitaria che è “Stupida sfortuna”? La sensazione di smarrimento, di essere in mezzo ad una strada, senza chiavi di casa, e voler raggiungere la persona amata senza poterlo fare perché “qui c’è troppa notte e poca luna”.
“Calcinacci” non è solo un titolo evocativo: è una dichiarazione d’intenti. In questo lavoro, più che altrove, emerge una maturità nuova: non c’è la ricerca della frase ad effetto, ma piuttosto il tentativo sincero di stare dentro alle domande, anche, e soprattutto, quando non si hanno le risposte. Ed è proprio questa onestà a rendere Calcinacci un disco capace di risuonare nell’anima di chi lo ascolta. In un'epoca che ci impone di essere sempre "interi" e performanti sui social, quanto è rivoluzionario un disco che invece celebra apertamente i pezzi che perdiamo per strada?
In fondo, il messaggio di Fulminacci è un messaggio di speranza, pur nella sua crudezza: le macerie sono fastidiose, ingombranti e brutte da vedere, ma sono l'unica prova tangibile che abbiamo vissuto qualcosa di solido. E finché ci sono calcinacci a terra, c'è materia prima per ricominciare. E il resto solo chiacchiere.
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La recensione Calcinacci di Scritto da Giulio Pons è apparsa su Rockit.it il 2026-04-08 17:46:00

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