Un fiume di devastazione umana scorre impetuoso tra rap e black metal, così brutale, spietato e violento che poco o nulla resta in piedi dopo il suo passaggio
Ozone Dehumanizer non vuole far sapere troppo di sé. O meglio, in giro si trovano interviste, qualche sparuto dettaglio biografico - come un nome, Nicola Redavid -, ma non è che ci sia esattamente quel torrente di informazioni che dovrebbe caratterizzare questi anni di data center a perdita d'occhio. C'è, piuttosto, quello che Ozone vuole dirci con la sua musica, che nell'arco degli ultimi 10 anni ha raccolto un discreto culto - satanico? Non possiamo escluderlo del tutto - e che arriva ora a un nuovo, violentissimo capitolo: Darker Medieval Times.
Sono tempi bui, buissimi quelli che si schiudono nelle urla di Ozone Dehumanizer. Dentro e fuori da sé: anche solo guardando i titoli della tracklist, scritti in un caps lock che comunque non restituisce a pieno la forza con cui queste grida esplodono, ci si trova avvolti da un pessimismo ultra-cosmico che non lascia prigionieri. A cominciare da Un dolore così grande da far pietà al mondo, dove una nube oscura di synth nasconde una tempesta di batteria e di barre che devasta il paesaggio. Qui black metal e hip hop convivono in una formula che prende gli aspetti più truci dell'uno e dell'altro, ma allo stesso tempo permette di aprire una fenditura profondissima nel cuore di Ozone.
Le immagini che si susseguono tra i brani non lasciano quasi mai tregua, con solo Valzer per il crepuscolo a spezzare la nera catena di devastazione della tracklist e un accenno di speranza in Per quanto ancora il vento soffierà sulla mia barca. Per il resto la violenza, esasperata, spesso sfocia in una morte onnipresente, visibile in tutto ciò che ci circonda, e vera protagonista del disco. È una morte a tratti anelata, senza però trovare il coraggio per abbracciarla davvero (Ho provato ad impiccarmi ma sono un codardo non prova neanche ad applicare un qualche filtro al titolo), oppure un pensiero ossessivo che alberga il cervello e non se ne va più (Notturno in Do minore, No. 1), come se a parlare fosse il ragazzino protagonista di Harold e Maude dopo aver passato l'adolescenza ad ascoltare Burzum.
Darker Medieval Times è un disco brutale, spietato, dove si sentono anche rimandi agli incubi gotici di Lingua Ignota, al decadentismo vittoriano, a una funerea epica medievale al male in ogni sua forma non per celebrarlo, ma perché se ne è così tremendamente affascinanti da non riuscire quasi a pensare ad altro. Anche perché, in questo nuovo Medioevo fatto di conflitti globali, catastrofi ambientali e un'umanità sempre più polverizzata, come fare a pensare ad altro? Forse la soluzione è una forma di accelerazionismo macabro, un'overdose lovecraftiana di angosce quotidiane, per imparare a guardare nel buio più nero.
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La recensione Darker Medieval Times di Scritto da Giulio Pons è apparsa su Rockit.it il 2026-04-10 00:00:00

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