La nuova versione del "neapolitan neo-fusion" dei Nu Genea guarda spudoratamente al futuro, alla contaminazione non calcolata, alla natura complessa e poliglotta della musica. Un timone verso una musica migliore
Il nuovo disco dei Nu Genea inizia in medias res, come se la traccia 1 fosse la 5, quella di raccordo tra due parti di un lavoro, quella che non rimane impressa particolarmente ma serve ad accompagnare le orecchie, a ripulirle per aspettare l'arrivo delle chitarrine funk e dei bassi panciuti. Il nuovo disco dei Nu Genea inizia spezzato, perfettamente collocato in un tempo di incertezza, che scalfisce perfino i paladini del buonumore musicale.
Una sorta di sbigottimento ci assale per questo apparente disordine, per la mancanza della struttura ferrea che rendeva Bar Mediterraneo un lavoro abbastanza imperdibile, ma soprattutto per la quasi totale mancanza della Napoli linguistica nella prima metà del disco. People of the Moon amplia ulteriormente - e in modo complementare rispetto al passato - il ventaglio delle lingue usate da Lucio Aquilina e Massimo di Lena nella loro "neapolitan neo-fusion", e comincia in spagnolo, nella voce di Maria Josè Llergo, prosegue in inglese, con la classe di Tom Misch, un riff sintetico efficacissimo e quell'atteggiamento mistico-malinconico nordeuropeo, accompagnato da un "non lo so" cantato in italiano con accento britannico.
People of the Moon - scritto rigorosamente con font arabeggiante, per fondere le provenienze e le ispirazioni - è un disco che si scalda mano a mano che passano i minuti, un disco dall'attitudine un po' misteriosa con cui si fa amicizia strada facendo. Il punto di svolta arriva quando si sente la voce di Fabiana Martone, casa madre, punto di partenza e arrivo della musica dei Nu Genea, che riporta Napoli nel canto pur seguendo strutture melodiche provenienti chiaramente da est, e portando soprattutto al disco una chiara idea di trascrizione.
Come se provenissero da un bagaglio cultural-musicale collettivo, tutti i pezzi di People of the Moon sembrano nascere da un lavoro di sovra-scrizione, di commento continuo ad un corpus di canzoni provenienti da zone bagnate dal mare, non più solo Mediterraneo. Si trascrivono ritmi e strutture latine su un testo in inglese, come nella title track, si trascrive lo "sciuè sciuè" partenopeo nelle parole della franco-libanese Celinatique in Shway Shway, uno dei brani più interessanti del disco, si trascrive il suono delle onde dell'Oceano Atlantico grazie al contributo da Ovest del brasiliano Gabriel Prado, nel brano che chiude perfettamente il disco.
Come chi fa una spedizione conoscitiva di un luogo i Nu Genea hanno piantato delle bandierine sul tragitto del loro nuovo disco, tracce come Carè o il singolo Sciallà, da lasciare come appiglio culturale e sonoro, teso verso il loro passato fortunato. Tutto il resto di People of the Moon guarda spudoratamente al futuro, alla contaminazione non calcolata, ad una dimensione di musica collettiva dove poco contano i nomi, ma la natura del processo creativo, complesso e assolutamente non immediato. Che siano soli o ben accompagnati Lucio Aquilina e Massimo di Lena sono un timone verso una musica migliore.
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La recensione People of the Moon di Scritto da Giulio Pons è apparsa su Rockit.it il 2026-05-01 10:38:00

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