Lamante ha dato vita a una catarsi sonora, per metabolizzare il senso della perdita, della maternità universale, del dare vita a un mondo nuovo
C'era una volta un tempo in cui il volere corrispondeva al potere, perché erano due istanze in armonia fra loro, che non prevedevano la prevaricazione, il sangue, il genocidio, ma solo la sopravvivenza. Forse era un tempo ancestrale, o meglio oggi lo vediamo così perché sembra lontanissimo e irraggiungibile. In questo tempo di viscere e accudimento, di disparità complementare, di mancanza di necessità è ambientato il secondo disco di Lamante, Non dico addio.
Nella terra veneta stanno nascosti dei germogli di anarchia, e Giorgia Pietribiasi li sta coltivando da almeno due anni, portando in giro queste canzoni nella loro forma embrionale, incompiuta, per creare una prima semina, per generare germi di auto governo nelle persone, sempre abbastanza incredule davanti al suo cantare, in qualunque formazione esso avvenga. Quello che conta è solo il processo, i passaggi che tutti insieme hanno portato queste forme grezze ad essere una forma finale da incidere su un disco, le tappe umane che riguardano la creazione e la distruzione artistica.
Non dico addio ha il suono della terra mescolata con il tempo, due cose che non appartengono allo stesso mondo ideale, che ma che hanno l'odore di qualcosa che non c'è più, qualcosa che è difficilissimo da lasciar andare. E così il capitolo numero due del poema musicale di Lamante è un qualcosa che abbandona la prosa e abbraccia la materialità del dolore. Gli oggetti stanno intorno a lei, gli oggetti sono compagni di dialogo dentro un lavoro di accettazione del lasciar andare, una persona, molte persone, chissà.
Essere deboli e portare il pianto del mondo, diventare universali per un'artista che è legata in modo così inequivocabile a un territorio, a una città, a un indirizzo, la chiesa di Schio dove questo disco ha visto la luce. Il miracolo è questo, e il miracolo stesso perde di importanza capitale, diventa un atto da testimoniare quando il mondo è sul limitare della fine, quando i suoni si mescolano in modo così scuro e pieno di tensioni, verso l'alto e verso il basso. Verso il tempo e verso la terra per l'appunto.
Il mondo di Lamante sta diventando una landa di volti che compaiono, di fantasmi che ricordano cose essenziali, perché "la memoria è l’altra faccia dell’amore che non riesco a guardare", o una landa di magie, come si sente cantare in Una magia più forte della morte, frammento di anima incredibile, brano straziante che porta con sé la certezza che si può conoscere solo ciò che si è perso.
Il senso della perdita diventa un fare i conti con chi è rimasto, perché lì va riposto tutto l'amore che c'é. Lamante ha perso le certezze del suo primo incredibile disco, ha stretto a sé un nuovo modo di disporre le parole insieme, ha lavorato in modo fondamentale con Taketo Gohara, per trovare gli strumenti adatti per dare alla sua musica il senso della circolarità simbolica. Gli archi, l'harmonium, la rotondità di certe pelli, la distorsione di chitarra quasi no-wave, quasi industrial. Attraversare la perdita con la potenza del suono è un antidoto quasi catartico, se fatto in queste modalità senza compromessi.
Non dico addio si intitola con una negazione, forse l'ammissione della difficoltà che si nasconde dietro il verbo ricominciare. Lasciare le abitudini, ripulire la tavola, dissodare la terra per partire di nuovo da zero, in una vita che non conoscerà più la proprietà, perché "tu mi hai dato il mondo, ma io il mondo a chi lo do?". Per Lamante l'addio è un passaggio, che deve abbracciare la paura della solitudine, deve ammettere la morte e l'amore come binomio indissolubile, la discrepanza tra volere e bisogno. In Non dico addio ha messo tutto questo nel suo grembo e lo ha dato in pasto alla sua voce, una madre sempre più feroce e risvegliata.
Finiti i fuochi dell'alba è tempo di dare il benvenuto al nuovo mondo, quello che ancora deve venire, quello che ha il suono di una chiesa in cui risuona una musica stratificata al massimo e suonata da grandissimi musicisti. Una sinfonia di terra e di tempo.
---
La recensione Non dico addio di Scritto da Giulio Pons è apparsa su Rockit.it il 2026-05-08 00:34:00

COMMENTI