Sei minuti di caos post-rock controllato e coraggio fuori misura.
"Ok, non ci ho capito una benamata sega". È questo lo statement che esce naturalmente dalle labbra di chi si approccia per la prima volta all'ascolto di RED LIGHT, il caotico e schizofrenico singolo d'esordio degli Envelope.
Prodotto e distribuito in completa indipendenza, il brano con cui il trio marchigiano - composto da Alessandro di Natale (batteria), Silvio Yebarth (voce) e Lenny Maggio (chitarra, synth) - decide di presentarsi ufficialmente al mondo è un biglietto da visita che chiarisce fin da subito una cosa: questi ragazzi non hanno alcuna intenzione di giocare sul sicuro. Del resto, inaugurare il proprio percorso artistico con un brano anticommerciale fino al midollo, che per oltre sei minuti funamboleggia senza sosta su una corda tesa tra ordine e caos, è una mossa che richiede parecchio fegato.
Sin dalle prime battute, RED LIGHT trascina infatti l'ascoltatore in una terra di nessuno contesa tra melodia e rumore. Un fronte di guerra con al centro un drone di synth che resta stoicamente immobile per quasi tutta la durata del pezzo, mentre tutt'attorno esplodono come colpi di mortaio glaciali groove di batteria, stralunati arpeggi di chitarra crunchy e improvvise bordate elettroniche che sembrano provenire da una vecchia radio con i transistor ormai andati a puttane.
In bilico tra analogico e digitale, gli Envelope riescono a far dialogare il post-rock più ipnotico e crepuscolare degli Swans con le derive più eteree e rarefatte dei Radiohead di Kid A, prima di far implodere l'intera canzone in una coda strumentale che sembra letteralmente collassare su sé stessa, tra orge di feedback e rumori bianchi usciti dalle parentesi più caotiche dei Sonic Youth.
A condurci dentro questo vero e proprio pandemonio (in)controllato ci pensa la voce di Silvio Yebarth. Un po’ come Kele Okereke dei Bloc Party, il frontman del gruppo porta il suo piglio squisitamente black in territori sonori dai quali, almeno sulla carta, ci aspetteremmo di trovarlo a debita distanza. Ed è proprio per questo motivo che funziona da Dio.
Un timbro naturalmente caldo e avvolgente ma innestato su melodie algide e disperate che si aggrappa a brandelli di strofe sibilline, ripetute in maniera talmente ossessiva ("Money dance / Everything we've done it's a money dance") da abbandonare il campo semantico, trasformandosi esse stesse in uno strumento al servizio della traccia.
A conti fatti, RED LIGHT è un singolo che può essere paragonato a un formaggio stagionato: difficile da assimilare al primo morso, ma in grado di rivelare tutte le sue forti sfumature gustative a chi ha la pazienza di tornarci sopra. Perché è soltanto dopo qualche ascolto che il caos apparente lascia spazio a una logica tutta sua.
Nonostante sia ancora presto per fare pronostici, una cosa è certa: gli Envelope hanno coraggio da vendere. E con RED LIGHT, che piaccia oppure no, sono riusciti nell’impresa - veramente difficile, soprattutto per una band agli esordi - di attirare l’attenzione con un brano autenticamente fuori dagli schemi. Non resta che capire dove il trio deciderà di condurre questa visione. Perché se queste sono le premesse, sarà interessante vedere come un immaginario così forte possa svilupparsi dentro un lavoro più ampio, sia esso un EP o un album full-length.
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La recensione RED LIGHT di Scritto da Giulio Pons è apparsa su Rockit.it il 2026-06-18 23:31:07

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