Marco Kotovhopecore2026 - Indie, Folk

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Con il suo disco d'esordio, il cantautore di origine russa mette in musica una forma di ottimismo fragile e malinconico, che si muove in sospeso alt folk

La speranza è un concetto che oggi sembra anacronistico. Come fai a crederci, nella speranza. Ogni giorno è un esercizio di fede, per chi ci crede, o una scusa per abbandonarla, per chi non ci crede abbastanza. Poi c'è qualche inguaribile romantico che ce l'ha naturalmente nel cuore, senza che il mondo esterno la intacchi. Marco Kotov, giovane cantautore di origine russa - come tradisce il cognome - e di base sulla riviera adriatica, si direbbe far parte di questa rara categoria, o almeno ce lo lascia intuire con Hopecore, il suo primo disco solista, che riprende quel trend sui social di postare contenuti positivi che celebrino l'umanità e la bellezza della vita. Un sognatore, appunto.

Non è la prima volta che intercettiamo Marco. Prima di metterci nome e cognome ci era capitato di conoscerlo come KKKK, nome rivedibile per una somiglianza parecchio infelice - ma forse è proprio questa scelta scellerata che dimostra quanto il nostro sia un buono d'animo, uno che non aveva considerato come quel moniker avesse solo una K in più del Ku Klux Klan - ma progetto che già ci aveva fatto drizzare le orecchie. Se lì c'era spazio per esplorare sonorità più sintetiche, in un mischione di bedroom pop, emo e pure qualche influenza post-trap, qua ci si trova a percorrere una tangente diversa, più intima e meditabonda, riportata all'essenziale.

Non dura tanto, Hopecore. Sono venti minuti che sembrano come una confessione sghemba fatta in cameretta, dove la malinconia è un passaggio inevitabile per cercare la felicità, quindi tanto vale crogiolarcisi dentro ancora un momento. Questo si riflette anche negli arrangiamenti: delay, riverberi, echo di chitarre liquidissime sono la principale trama del tappeto sonoro, come una forma ancora più minimalista dei Durutti Column, tutto per lasciar spazio alla voce sottile di Marco. Il risultato è qualcosa tra l'indie folk e l'ambient, un'Arcadia sospesa che si intravede nella copertina del disco (la si potrebbe fissare per tutta la durata del disco senza mai stancarsi, anzi).

Quella di Marco è una sorta di pratica meditativa per la pace interiore. Anche nei "ti amo, ti odio" di Porto, nella dipendenza affettiva di Dove comincio io e finisci tu, nel cullare di мы уже виделись во сне - traccia conclusiva del disco in russo, il cui titolo si può tradurre come "ci siamo già visti in sogno" e richiama i suoni sospesi di Spiritualized -, tutto ruota attorno a quell'idea lì, a quella positività che non passa per un entusiasmo farlocco, ma per un abbracciare anche lo sconforto, con l'idea un po' eraclitea, per quanto si possa soffrire, prima o poi tutto passa. Ricordarselo fa bene, anche solo per venti minuti.

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La recensione hopecore di Scritto da Giulio Pons è apparsa su Rockit.it il 2026-06-19 00:00:00

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