RogoredoFS Homo Erectus 2026 - Rock, Indie, Garage

Homo Erectus precedente

Centosessanta secondi per raccontare il fallimento che si cela dietro al "progresso" della nostra specie.

L’anatomia dell'evoluzione di una specie, quella umana, che dopo un percorso millenario proiettato verso il progresso, sembra aver imboccato la strada della regressione, annegando giorno dopo giorno in un mare di sovrastrutture - il più delle volte inutili - che noi stessi abbiamo costruito. È questa la spietata epifania che i RogoredoFS hanno deciso di tradurre in musica con Homo Erectus, il loro ultimo singolo.

A quasi quattro anni dall'uscita del suo primo album in studio, Retrovie dello Stato, il quintetto pavese torna su Rockit con un pezzo che sembra essere stato partorito da una lettura intensiva di Sapiens. Da animali a dèi di Yuval Noah Harari.

Proprio come il bestseller del celebre saggista israeliano, Homo Erectus traccia una vera e propria parabola della storia umana, mostrando come, a furia di affidarci a costrutti sociali come leggi, religioni e denaro, siamo finiti per diventare schiavi di burocrazie elefantiache, del consumismo più sfrenato e di una ricerca spasmodica della felicità - e persino dell’immortalità - allontanandoci progressivamente da quella "basica" libertà che, agli albori della civiltà, scandiva la vita dei cacciatori-raccoglitori, per i quali l’unica necessità era "salvarsi e stare al caldo in una grotta".

Sono pronto ad auto-psicanalizzarmi
Tra un cataclisma e un'analisi del sangue
Tolgo una ad una tutte le spine del cactus
Nel dolore, godo a non valere un cazzo

Cantano i RogoredoFS nel refrain del loro ultimo singolo. Versi carichi di caustico sarcasmo, che la band lombarda inchioda a un impianto sonoro scuro e muscolare, dominato nelle strofe dall’incedere austero di un basso grosso come un treno merci e da un groove tribale di batteria che, messi insieme, richiamano la grezza potenza del garage rock dei Black Rebel Motorcycle Club. Quando poi arriva il ritornello, il brano prende aria senza perdere peso, grazie a un riff di chitarra più "aperto" ma avvolto comunque da una patina sinistra e crepuscolare, che riporta alla mente l'indie rock sfoderato dagli Arctic Monkeys più cupi, quelli dell’era Humbug.

Muovendosi con disinvoltura tra sonorità angolofone e sberleffo sociale, Homo Erectus riesce, in appena centosessanta secondi, a condensare con impietosa ironia la traiettoria storica di una scimmia nuda che, se un tempo era costretta a sopravvivere in balia della natura, oggi si ritrova ostaggio di un gigantesco castello di regole, ideologie e finzioni collettive partorite dalla propria immaginazione: uno strumento capace di renderla la specie dominante del pianeta e, allo stesso tempo, prigioniera di sé stessa.

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La recensione Homo Erectus di Scritto da Giulio Pons è apparsa su Rockit.it il 2026-07-18 00:15:02

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