Più che un disco, l’esordio solista del musicista è un angosciante raccolta di frammenti di musica applicata, una colonna sonora aliena dove l’inquietudine è sempre in agguato
Il concetto di uncanny valley riguarda quel concetto di repulsione che proviamo di fronte a oggetti inanimati - robot, ma anche tutto il recente mondo AI slop - che superano una certa soglia di vicinanza con l'essere umano. Ecco, se dovessimo dare un suono allo straniamento dell'uncanny valley, che si può tradurre in italiano come "valle perturbante", un ottimo candidato sarebbe Camera oscura deformata, il primo disco da solista di Luca Cavina.
L'idea dietro a Camera oscura deformata è ben sintetizzata nel titolo: il lavoro effettuato è il corrispettivo sonoro del prendere un'immagine, proiettarla capovolta e nel capovolgimento non avere più la garanzia di essere ancora quello che pensavamo di vedere. Come nell'epoca della post-verità in cui viviamo, come nel 1984 orwelliano dove il partito ordinava di non credere più ai propri occhi e alle proprie orecchie, così si accende la scintilla creativa di Cavina, con l'incontro con l'elettronica e la manipolazione sonora operata dal banco di regia a trasformare una scrittura cameristica già di per sé ai limiti del claustrofobico in qualcosa di alieno. Al punto che le ombre che si stagliano sulle tracce funzionerebbero bene tanto in un episodio di The Twilight Zone quanto in un film di Hitchcock. A questo si aggiunge la stratificazione temporale del lavoro, con le sezioni strumentali sfasate di mesi e obbligando così i musicisti a mettersi in dialogo con un nastro già compiuto, un passato già scritto.
Ogni traccia di Camera oscura deformata, come viene ben precisato nel comunicato stampa del disco, sperimenta un tipo di deformazione del suono diversa. In certi casi questo approccio funziona particolarmente bene. Requiem for an alien, per esempio, nella tragicità del suo incedere, mescola voci umane e sintetiche, mentre il tempo irregolare scandito dai timpani amplifica ancora di più un'angoscia già di per sé galoppante.
Notevoli anche Clockworks, con lo scollamento ritmico tra gli strumenti a fare da disorientante processo ipnotico, o il lavoro sulla circolarità di Ghosteps, dove si coglie anche qualche rimando al mondo della library music cara ai Calibro 35 (gruppo di cui Cavina ha fatto a lungo parte): se "la ripetizione legittima", come spiega spesso il divulgatore musicale Adam Neely nei suoi video, qua una partitura musicale ciclica viene spezzata proprio dalle note che vengono sottratte di giro in giro.
Come Harrison Ford nel finale di Blade Runner, sospeso nel dubbio se quello che abbiamo seguito dall'inizio del film fosse una persona reale o un replicante, così Camera oscura deformata si insinua nell'intercapedine tra ciò che è reale e la sua distorsione. E rivelarne così tutto il suo inquieto fascino.
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La recensione Camera Oscura Deformata di Scritto da Giulio Pons è apparsa su Rockit.it il 2026-09-11 12:34:00

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