Lembretesoneca2026 - Indie, Shoegaze

Disco della settimanasonecaprecedente

L'esordio del misterioso duo è un viaggio ipnotico sospeso tra la musica popolare brasiliana e un dissonante dream pop, dove malinconici ricordi si confondono con il reale

Con il milanocentrismo che subisce da anni la musica italiana, leggere il nome Lembrete potrebbe far venire in mente un Lino Banfi d'antan che cerca di pronunciare la parola Lambrate, quartiere a nordest della città. Ecco, se come me - e spero di no - partite da questa totale distorsione mentale, sarete ben contenti e sollevati quando, premendo play, vi troverete a qualcosa di completamente diverso. Se invece avete un po' di dimestichezza con il portoghese, probabilmente saprete che "lembrete" significa "promemoria", come uno svolazzante appunto che ci siamo segnati perché non ce lo dimenticassimo. 

L'aspetto della memoria d'altronde è centrale in questo primo, omonimo disco Lembrete, duo che non dà nessun dettaglio biografico su di sé se non che la cantante - di cui non sappiamo manco il nome - è di origine brasiliana, da cui la scelta di cantare tutti i testi nella sua lingua madre. Tutto questo aspetto nostalgico è ancora più accentuato dalla texture degli arrangiamenti, che vanno a pescare tanto dalla musica popolare brasiliana (MPB) quanto da un dream pop dissonante, dove il sogno è quello che scappa via non appena apriamo gli occhi e cerchiamo di afferrarlo. Il risultato è una sorta di indie rock lo fi quieto e ciondolante, dalla grana sfilacciata e con un alone sfumato che avvolge tutti i brani, spesso più sussurrati che cantati, come se fossero più ricordi di canzoni che canzoni vere e proprie.

Ad aggiungere un ulteriore elemento di fascinosa distanza è proprio la barriera linguistica. Le parole, già nascoste dal mix, diventano quasi imperscrutabili, malinconiche formule magiche di cui in qualche modo si intuisce il senso dalla sensazione che danno all'ascolto. In eu lembro, per esempio, dove c'è una dolcezza folk alla Adrianne Lenker ancora più morbida, le incursioni di armonica e leggeri elementi percussivi sono lì a sottolineare una disperazione sommessa, una solitudine troppo rumorosa, direbbe qualcuno. Quella che poi, andando a leggere il testo, emerge quando si perde qualcuno di caro e tutto ciò che ci circonda non ha più alcuna importanza. 

Nell'ascolto ci si trova a perdersi nell'agrodolce canto di vou, nella ruvidezza di outra noite, nel minimalismo spettrale di a lua, con quel senso di tragicità bisbigliata che ricorda Phil Elverum e i suoi Microphones. Fino a scivolare nella strumentale finale, che non a caso si chiama mirages (miraggio). L'ennesima illusione, un gioco di specchi tra il reale e ciò che continua a tormentare con gentilezza i nostri ricordi.

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La recensione soneca di Scritto da Giulio Pons è apparsa su Rockit.it il 2026-09-25 02:03:00

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