Un disco denso e imprevedibile, sospeso tra rock alternativo, suggestioni progressive, psichedelia e post-rock. Sei brani per oltre quaranta minuti, costruiti senza fretta e lontani dalle formule più immediate.
A sei anni da Sopra la panca la capra campa...sotto la panca la capra crepa, i Pentothal tornano con un disco che si prende tutto il tempo necessario. Sei brani, oltre quaranta minuti complessivi: una durata che lo colloca a pieno titolo nella dimensione dell’album e che restituisce anche l’idea di un lavoro pensato nella sua interezza, più che come semplice raccolta di pezzi.
Sono un satellite di Saturno affonda le radici in un rock alternativo attraversato da suggestioni progressive, psichedeliche e post-rock, con uno sguardo rivolto agli anni Settanta e una sensibilità che appartiene pienamente alla stagione alternativa italiana dei Novanta. Le prime note di “Tutto è normale” sono già una dichiarazione d’intenti: chitarre, dilatazioni e una certa gravità psichedelica riportano dalle parti di Meddle e Animals, mentre nelle trame del brano affiorano quelle atmosfere cupe e nervose che hanno segnato la scrittura dei nostri maggiori gruppi a cavallo tra il vecchio e il nuovo millennio.
“Le vele” allenta la tensione e introduce una dimensione più ariosa, quasi sospesa, prima che “Placido” allarghi nuovamente le proporzioni del disco. Quasi dieci minuti nei quali i Pentothal possono lavorare sulle dinamiche, sulle ripetizioni, sulle stratificazioni strumentali. È probabilmente il brano più compiuto del lotto e quello che meglio sintetizza la grammatica della band: progressioni lente, improvvise aperture, una componente post-rock che lascia respirare gli strumenti e un senso della durata ormai piuttosto raro nella musica contemporanea. Il tutto unito a una dose altissima di imprevedibilità.
Il disco continua a sfuggire alle definizioni troppo comode. “Chi” introduce una componente jazz che modifica ulteriormente la prospettiva, aggiungendo nuove traiettorie a una scrittura già poco incline alla linearità. Poi arriva “Buia”, che chiude il lavoro dilatando ancora i confini, attraverso atmosfere sospese e una costruzione paziente, quasi ipnotica. È musica che chiede ascolto e soprattutto tempo, due condizioni che oggi sembrano diventate quasi un lusso.
I Pentothal hanno costruito un disco appartato, stratificato, lontano dalle scorciatoie della forma canzone e dalle esigenze di immediatezza. Sono un satellite di Saturno appartiene a quella piccola categoria di lavori che sembrano arrivare da un’altra epoca, conservando però abbastanza inquietudine e personalità da risultare perfettamente fuori dal tempo. Una perla rara nel panorama attuale, da ascoltare con attenzione e da custodire proprio perché non cerca di piacere a tutti.
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La recensione Sono un satellite di Saturno di Scritto da Giulio Pons è apparsa su Rockit.it il 2026-10-05 08:38:19

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