TARZOROTONDA2026 - Elettronica, Alternativo, Spoken word

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Tra sagre e capannoni, il requiem di una provincia che sta perdendo la propria memoria.

La lenta e inesorabile mattanza delle piccole realtà provinciali, travolte da un presente sempre più iconoclasta nei confronti di tutto ciò che l'ha preceduto: è questo il motore di ROTONDA, il nuovo singolo dei TARZO, trio veneto nato "lungo una strada regionale della Valbelluna".

Un angolo d'Italia animato da vecchie storie e leggende, in equilibrio sul filo (molto spesso sottile) che separa la realtà dalla finzione e abitato oggi dagli ultimi eredi di una stirpe capace di vivere la propria vita senza aver mai visto la "grande città", perché, in fondo, le poche cose - ma genuine - che avevano attorno gli sono sempre bastate.

A vederla così, almeno a livello di topic, sembra di trovarsi davanti a una canzone cheavrebbe potuto tranquillamente comparire nella soundtrack del film Le città di pianura. E non a caso, oltre a Francesco Dal Molin (basso) e Lorenzo Dal Pan (elettronica e synth),il cantante e paroliere dei TARZO è proprio Francesco Sossai, che quella scapigliata perla cinematografica on the road- capace di fare man bassa ai David di Donatello 2026 - l'ha (co)scritta e diretta.

Prodotto e distribuito in totale indipendenza, con il mix di Duck Chagall e il mastering di Carl Saff, l'ultimo brano del gruppo veneto si aggira tra ricordi e rimpianti tramandati di padre in figlio, dipingendoscorci di quei non luoghi del nord-est italiano ormai fagocitati dal turbocapitalismo occidentale. Piccoli centri trasformati in vere e proprie nursery in cui allevare manovalanza destinata a riempire i capannoni che, a partire dalla fine degli anni '70, hanno deturpato boschi, campagne e piazze con "grandi alberi dove ci si fermava a chiacchierare", spogliando questi posti della loro umile - ma umanissima - poesia squisitamente provinciale.

Un mosaico di abitudini paesane, genuinità agreste e personaggi talvolta davvero pittoreschi ("Mi hanno detto di mio zio che aveva i serpenti nella giacca"), che il nostro becero presente cerca in ogni modo di scrostare via da quei luoghi, come ha fatto con gli affreschi della villa che sorgeva "dove adesso c'è la fabbrica", citata nel pezzo.

Ogni tanto vado a una sagra
Solo per far finta che il paese esista ancora

Cantano i TARZO nel loro ultimo pezzo. E questo racconto, a cui lo stesso Sossai "dà voce" con uno spoken word arrendevolmente rabbioso, viene tradotto in musica dal trio bellunese attraverso un sound in bilico traelettronicaepost-punk. Una strumentale algida e implosa, dominata da giri di basso, modulazioni di synth "industriali" e pattern di drum machine che si ripetono ossessivamente nelle nostre orecchie, come il rumore dei macchinari che, ormai da qualche decennio, riecheggia tra le officine e gli stabilimenti del Veneto.

ROTONDA, un po' come la sgarrupata Jaguar guidata da quei due mattacchioni di Carlobianchi e Doriano in Le città di pianura, sfreccia lungo le strade poco illuminate di una"terra di mezzo" privata di tutto, persino della dignità della sua noia. Un nostalgico ritratto di un microcosmo diventato suo malgrado simbolo di un'Italia sempre più smarrita che, frammento dopo frammento, sta perdendo la sua memoria, tramandata attraverso un dialetto che le nuove generazioni non riescono più a comprendere.

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La recensione ROTONDA di Scritto da Giulio Pons è apparsa su Rockit.it il 2026-10-24 16:59:06

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