Nostalgia americana e mestiere da vendere, anche se con qualche parola fuori posto.
Con Common Stories, il suo nuovo disco, Carlo Carena sembra arrampicarsi sulla cima di un’altura immaginaria, proprio come un esploratore del Far West. Una postazione privilegiata, da cui però non si scrutano gli spazi aperti della Frontiera ma le salite e le discese che ciascuno di noi affronta nel corso della vita. Mezz’ora scarsa di ascolto in cui il cantante e tastierista di Sondrio racconta il proprio percorso, a partire da chi lo ha accompagnato: "amici vecchi e nuovi" incontrati lungo la strada e chiamati a raccolta come turnisti durante le registrazioni.
Otto tracce che prendono le mosse dal blues, genere con cui Carena "flirta" apertamente fin dagli esordi, per poi allargarsi a una tavolozza sonora piuttosto ricca. Dentro Common Stories trovano infatti spazio la catchinesspop rock di Zucchero (A Lucky Day) e la solarità R&B à la Blues Brothers (Feel the Beat e Down and Up Again), ma anche aperture più digressive verso il country rock dal pedigree neilyoungiano (You Gotta Ride) e accenni al britpop più arioso dei The Verve di Urban Hymns, grazie alla comparsa di archi e pianoforte (Winter Flowers).
Un ventaglio di influenze che Carlo Carena affronta con notevole dimestichezza, anche grazie all’apporto di un ensemble di strumentisti che alla musica dà del "tu". Dal brillante twang telecasteriano della chitarra di Luca Grazioli ai frizzanti interventi di armonica di Ernesto Marzi, passando per i cori di Sara Cappelletti e il morbido sax di Alex Faraci: ognuno di loro si ritaglia cum grano salis uno spazio sotto i riflettori, portando il proprio contributo senza mai sopraffare gli altri.
L’unico aspetto su cui Common Stories sembra un po' zoppicare è quello delle parti cantate. L’inglese di Carena, non proprio impeccabile, lascia infatti trasparire le sue radici sondriesi, creando un contrasto poco efficace con le sonorità anglo-americane su cui si adagiano i brani. Qualche perplessità arriva anche dai testi, che non sempre trovano la giusta sintonia con il concept del disco: strofe e ritornelli preferiscono spesso rifugiarsi in immagini poetiche, ma piuttosto sfocate – tra "fuochi sacri", "giovani aquile che imparano a volare" e "antiche vie tutte da scalare" – finendo per allontanarsi dall'idea di "storie comuni" suggerita dal titolo. A fare eccezione è A Friend, in cui Carena abbandona le suggestioni più astratte per raccontare, con commossa schiettezza, la scomparsa di una persona cara, sullo sfondo di quella "Milano da pere" a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta.
A conti fatti, Common Stories resta un disco che restituisce tutta la cura e il lavoro di cesello di un artista che, quando si tratta di musica, sa decisamente dove mettere le mani. Un ascolto che può stuzzicare l’appetito di chi ama le sonorità d’antan, con lo sguardo rivolto alla tradizione musicale inglese e americana degli anni Sessanta e Settanta. E chissà che, con qualche incursione in più nella lingua italiana, Carena non possa trovare in futuro una chiave espressiva capace di mettere a tacere anche le poche riserve che questo lavoro lascia affiorare.
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La recensione Common Stories di Scritto da Giulio Pons è apparsa su Rockit.it il 2026-11-07 23:59:16

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