24/07/2000

Era il 1992 quando usciva “Santi e peccatori”, l’opera prima di Orazio Grillo che già fin d’allora si faceva chiamare Brando. All’epoca era sotto l’ala protettiva di Francesco Virlinzi, ovvero colui che ha fatto diventare Carmen Consoli la cantantessa che ormai tutti conoscono.

Adesso Brando, dopo varie traversie e 3 album tra l’esordio e questo capitolo, trova in Jovanotti e Saturnino i suoi sponsor principali; qualcuno di voi l’avrà pure visto qualche volta su “Kitchen”, la trasmissione in cui Andrea Pezzi è coadiuvato (?) da Mao. Ma a prescindere dalle storie del music-biz, Orazio Grillo non è certo uno degli ultimi arrivati in termini di qualità compositive. Peccato che il disco migliore lo abbia scritto ormai più di un lustro fa (se lo trovate in qualche bancarella dell’usato andate a recuperare “Fuori dal branco”), e che con i Boppin’ Kids e gli Strych 9 non sia riuscito a conquistare il successo in patria, perlomeno in termini di consenso di massa.

Con questo “Azùcar moreno” riesce sicuramente a darci qualche sprazzo di buona musica, tanto che quando parte la prima traccia sembra di sentire un pezzo di Money Mark (giuro!) e la cosa mi gusta un casino! Succede poi che la collaborazione con Lorenzo Cherubini sfocia in un pezzo come Bellezza mia, molto semplice e orecchiabile dal punto di vista musicale ma con un testo proprio brutto, con rime forzate e versi che non hanno senso. Non a caso anche Motocross e Innamorati soffrono degli stessi difetti - e delle due rendono anche peggio perché dal punto di vista dell’arrangiamento non brillano più di tanto.

Non si spiega poi come in questo calderone ci sia finita la cover di Malavida, anthem dei Mano Negra qui riletto in chiave ‘latin-surf’, tanto che non si discosta più di tanto dall’originale e non dispiace la resa finale del pezzo. Come in fondo non dispiacciono la title-track (un pezzo dai vaghi accenti swing), Jimmy Pop (un facile rock ‘n’ roll macchiato di pop) e Ubriaco (pezzo di denuncia a volte fin troppo scontata).

Il problema di questo disco sta però nell’omogeneità di fondo che manca, non esiste: 11 pezzi sfilacciati, quasi da avere dei seri problemi nel riuscire a collocarli, non tanto per le sonorità ma per le pretese artistiche. Ma forse Brando nel 2000 non ha ‘pretese artistiche’ ed è il sottoscritto a ragionare fin troppo su questi aspetti. Può darsi sia questa la chiave di lettura….

Commenti

    Aggiungi un commento:


    ACCEDI CON:
    facebook - oppure - fai login - oppure - registrati