18/12/2007

Bisogna essere disposti a scandagliare le sinuosità, i confini fra sano e patologico, per lambire non solo la copertina ma soprattutto il retrogusto di “What think a fish about water?”, primo album alla lunga distanza dei veneziani We were OnOff, che approdano in questo nuovo lavoro alla genovese Green Fog Records. Tutto l’orrore del mondo è dipinto in queste dodici tracce di math-rock ben congegnato. La quotidianità che si nutre di contraddizioni, la precarietà come motivo di caratterizzazione esistenziale, il paradosso come unica lettura del presente. Un’atmosfera dalla tinte fosche ti trasporta in un viaggio siderale in cui non ci sono pacificazioni ma al contrario suicidi emotivi. I We were OnOff riescono a fondere acidità taglienti (“The Queen in naked”), ossessioni pulp che omaggiano le morbosità di Tarantino (“Marsellus Wallace was right”), tracciati rettilinei ormai sgretolati le cui spoglie potrebbero essere scovate solo in apnea (“A glass full of bugs”). 38 minuti di post-rock angolare in cui il quartetto recide arterie nere che ospitano demoni di cui non vorresti fare la conoscenza, rigurgita narrazioni di decadenza e di passioni impure, di figure controverse che alimentano identità che non sono niente senza maschere da indossare (“Without my mask”). Tortuose geometrie musicali che ricordano l’irruenza dei livornesi Appaloosa, sezioni percussive che esplodono in furie disperate, fiati armonici, rasoiate chitarristiche di impatto noise che danno vita ad un suono spregiudicato ma coeso: sono i migliori ingredienti di un album capace di dar vita a dodici episodi musicali densi di significato, che arrivano dritti come un pugno allo stomaco e devastano facili e affrettati giudizi. I We were OnOff si confermano come una band dal carattere estremamente definito, capaci di dar vita ad un immaginario musicale intenso e mai banale. “What does a fish think about water?” è un lavoro estremamente curato (la firma registica della label ligure non delude le aspettative), che punta in alto e colpisce per lucidità e schiettezza. E’ androgino, spigoloso, ricco di spunti critici e complessità sonore a cui prestare estrema attenzione; un album ispirato che non ricerca sterili consensi ma vuole far parlare di sé per le sue vertigini musicali. Si viaggia lungo le apocalissi, nella sottile linea di demarcazione fra fine di un mondo che non riesce più a proteggere e ricerca di nicchie di domesticità che aiutino a far risalire la china. E il risultato è assolutamente sorprendente, prodigo di belle sorprese, capace di suscitare visioni sulla tela dei suoni e delle ombre.

Commenti (1)

  • Faustiko Murizzi 18/12/2007 ore 16:27 @faustiko

    Bella rece!
    Aspettiamo il promo digitale... :)

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