26/02/2008

Voglio esagerare! Uno dei migliori gruppi new-wave italiani di sempre. Peccato però che siano arrivati con 25 anni di ritardo! Peccato, insomma, che siano arrivati dopo la new wave! I Fata non hanno nulla di nuovo e originale da insegnare, certo, ma meritano ugualmente un plauso per come hanno imparato a meraviglia la lezione musicale dei primi anni ’80. Geniali nel metabolizzare sottopelle tutti gli enzimi di quel rocambolesco periodo musicale che in Italia ha visto convivere armonicamente elettronica, rock, dance, cantautorato, pop, stravaganze glam, psichedelici romanticismi e persino convincenti proclami politici scaturiti da qualche sparuto accordo di Korg. Quello splendido decennio che ha intrecciato nefandezze pseudo-musicali, intrise di rimmel e paillettes, ad avanguardismi rock e intellettualismi danzerecci. I Fata da Carpi si accodano ma vanno al di là del trucco sugli occhi e fanno musica, ottima musica. Incontrano sul loro cammino Gabriele Rustichelli della Zeta Promotion, lo piazzano dietro la consolle e inacidiscono il suono delle prime autoproduzioni, attualizzando una formula a rischio di ossidazione. Non importa se nel cantato di Roberto Ferrari rimane ancora una marcata teatralità vocale fin troppo renghiana e se i giri di accordi e le atmosfere (e qualche riferimento lirico qua e là) riesumano i migliori Litfiba (se avessero suonato oggi nella gloriosa formazione originaria, avrebbero proprio suonato così, come dire, elettronizzati!). Ben venga pure qualche déjà-vu in salsa Cure e U2. Tutto è stato calcolato, con furbizia e onestà intellettuale. “La percezione del nero” sviluppa coerentemente le intuizioni dei demo precedenti alla ricerca della sintesi perfetta tra oscuro isolazionismo musicale anni ‘80 e patinata radiofonia dei tempi moderni.

Un esordio sorprendente che va oltre una lucida cravatta rossa sopra una camicia nera.

Commenti

    Aggiungi un commento:


    ACCEDI CON:
    facebook - oppure - fai login - oppure - registrati