31/03/2008

Gusti e tendenze voltano le spalle ai propri maestri putativi in molto (molto) meno di quattro anni. Periodo a volte sufficiente per decretare la morte cerebrale di Autori, Artisti o presunti tali. Periodo in cui ci siamo anche testardamente dibattuti sulle derive e/o nuove accezioni linguistiche dello stile musicale più fragile e sensibile ereditato dagli anni novanta, il post-rock. Tesi suicide rimbalzano contro l’evidenza dei fatti. Perché quattro anni possono anche essere il periodo necessario per produrre il proprio capolavoro.

E “Disconoir” forse ci va vicino, seppure non aggiunga nulla di particolarmente nuovo (o diverso) da quanto fatto in (ormai!) dieci anni dai Gatto Ciliegia Contro Il Grande Freddo. Scelte radicali nella distribuzione dell’opera e uno stuolo di collaboratori eccellenti, puntualmente assassinati con largo spargimento di sangue al termine delle session. Un preludio alle suggestioni noir del disco, a partire dagli schizzi in copertina e dal racconto di Davide Voltolini (da cui sono tratti i passaggi vocali). Pur rimanendo nitida e riconoscibile, varia l’impronta sonora in favore di chitarre meno sommesse –e talvolta sfacciatamente rock– che sciolgono le fila dell’intera narrazione; in mezzo elettronica minimale e qualche emozione sottintesa. Ma sono dettagli.

E’ il caso di dirlo, che bello quando la Poesia di una composizione strumentale riesce ancora a far rabbrividire senza trovate fantasmagoriche. “Disconoir” ha tinte fosche ma è accaldato, palpitante, lento. Insanguinato e minaccioso. Ci accarezza con melodie intrise di un magnetismo ruvido che potrebbe avere lo stesso sguardo violento di Gianmaria Volontè. Perché è camaleontico, evocativo e metaforico. Intensamente fuorviante eppure così essenziale e ridotto all’osso: prima di esplodere si arresta e dopo si schiude nei suoi odori più pungenti. Poi si tira la coda tra rievocazioni tex-mex (in quei paesaggi dove citare Ennio Morricone non è mai superfluo) e loschi scenari poliziotteschi anni settanta. Sono echi filmici soffusi che affiorano nei solchi del disco (talvolta prepotentemente, vedi la delicata “Noir N°5”), ma c’è dell’altro: i paesaggi romantici descritti dalla voce di Moltheni (“Stella che non dimentica”), gli episodi rarefatti e tridimensionali di “Confessioni di un cuoco criminale”, le esplosioni rock che non t’aspetti (“Stella che non ricorda niente”). E poi quell’inebriante culla di brividi (ri)scoperta nei bellissimi crescendo circolari (“Niente baci alla francese”).

Un’opera, un racconto, un viaggio versochissàchecosa. Qui c’è un disco da amare ancora prima di scartare il vinile, e ne sentivamo davvero il bisogno. Gi omidici continuano, of course.

Tracklist

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Commenti (4)

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  • enver 31/03/2008 ore 12:00 @enver

    devo ancora capire se mi piacciono più noir o più western... in entrambi i casi ci si azzecca

  • Nur Al Habash 31/03/2008 ore 23:22 @nur

    Bellissima recensione, complimenti!

  • maurobeat 03/04/2008 ore 00:53 @maurobeat

    bella recensione. Senza se, senza ma ..., inaspettatamente, sempre unici. Ne parlate bene ma troppo poco cari rockit.

  • Harno ʕ•̫͡•ʔ 28/12/2009 ore 21:04 @harno

    Ma dove si può acquistare questo album?

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