15/12/2008

C'è qualcosa che suona subito familiare nei Kobayashi, al primo ascolto. E' un viso noto intravisto sul bordo della foto di gruppo, sono alcuni passaggi di voce, alcune costruzioni melodiche nei brani meno tirati, in cui è impossibile non riconoscere Cristiano Godano. Annotazione a margine, doverosa ma non essenziale - andava detto, ma ora dimenticatevene - perché poi alla lunga sono proprio le parti in cui più pesa questa influenza a risultare stucchevoli, poco riuscite, e tra gli spiriti affini forse ci sono più i Placebo che i Marlene Kuntz.

Del resto, il disco d'esordio di questi tre ragazzi vive senza nessun bisogno di scavarsi un posto all'ombra di qualcuno: hanno personalità, grinta, idee, governano con mano ferma una complessità che è in primo luogo mentale, e quello di una sorta di autoanalisi è uno dei fili conduttori che si può cercare di tirare attraverso le loro canzoni.

Anche i singoli pezzi sembrano seguire uno stream of consciousness piuttosto che una "forma" codificata, stanno in bilico tra desert sessions e appunti post-rock, sorretti da ritmiche incalzanti in cui detonazioni e silenzi sono orchestrati con lucidità, e hanno una ricchezza fatta di dettagli minimali, che si apprezza meglio alzando il volume. Ci si muove come in un gioco prospettico rovesciato: in primo piano ci sono batteria e basso, un po' più lontano le chitarre - riff acidi, rumori, arpeggi delicati - qualche sintetizzatore, e ancora più sullo sfondo un inseguirsi poliedrico di suoni e fruscii. L'unica cosa che li penalizza è la registrazione. Qualche scarto di volume tra una traccia e l'altra, una definizione del suono non sempre omogenea, piccoli nei che non rendono giustizia a un lavoro che resta di spessore, merita ascolti ripetuti e (immagino) più di un applauso ai concerti.

La voce è usata al pari di ogni altro strumento, sia per il peso che le viene dato sia per la libertà con cui si incastra nella struttura dei brani. E le cose che dice sono tanto più forti e penetranti quando vengono spogliate da riferimenti descrittivi, per lasciare spazio ad affermazioni assolute o evocative. E allora "Io non vorrei che voi camminaste sui pavimenti di tutti in cerca di ascolti proibiti" nella mia testa fa partire le scene di un film ("Le vite degli altri") e quasi mi commuovo. Non voglio dire che la bravura dei Kobayashi sia la capacità di creare tavolozze di colori con cui poi ciascuno disegna la propria personalissima immagine. Non è soltanto - e non è sempre - questo. E' che, quando, in coda a "Tubo", come in una sorta di promemoria mi ripetono che "dovremmo smetterla di lavorare solo per far piacere agli altri, assecondare fino a farci il callo, dovremmo fare più sesso e guardare meno tivù", non serve aggiungere altro: hanno ragione.

Commenti (1)

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