Herself Homework 2008 - Noise, Indie, Folk

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Lui lo definisce il disco pop degli Herself. E lo dice lanciando uno sguardo che trapana qualsiasi dubbio, obiezione, perplessità che sfiori vagamente la testa dell'interlocutore. Perché il nuovo album di Gioele Valenti/Herself, musicista e scrittore palermitano, di pop ha ben poco, almeno ad un ascolto tradizionale. Le batterie minimali e tribali a creare atmosfere da sabba desertico. Chitarre e bassi attraversati da scariche elettriche e percossi da plettri usati come vanghe di ferro. Le voci filtrate di effetti, rumore e crepuscolarismo. Poi, certo, c'è sempre Nick Drake a battere cassa per la robusta ossatura folk di questi nove brani. C'è sempre il vento di Abbey Road a impolverare certi giri di chitarra acustica. E c'è sempre l'approccio a bassa fedeltà di Valenti, sfoltire il superfluo e rinforzare il necessario. E che superfluo. E che necessario.

Perché se pop deve essere, quello di Herself non può che essere a quattro dimensioni. Quattro come le pareti di una camera. E non è un caso che sia "Homework" il titolo del terzo album ufficiale – escluso un oscuro demo dalle forti pulsioni avanguardiste. Anche stavolta fatto in casa. Anche stavolta un lavoro che riassume tutte le inclinazioni di quel giano bifronte che è Valenti. Il neofolk e il noise. La bellezza e la cacofonia. Dove i sospiri contano più dei ritornelli e l'acustica viene sventrata come e più di un'elettrica. C'è dunque il rock'n'roll segaligno e sudato di "Hate 1", ideale prosecuzione del sonico lavaggio del cervello operato da "To Become A Trappist/Aerolith" contenuta nel precedente disco. C'è la malinconia che profuma di Scozia prima ancora che di Sicilia di "Between Two Starz". C'è l'arrembante melodia di "The One", che rivede in unplugged tutto un immaginario sonoro che finora pareva esclusivo appannaggio degli shoegazer. E c'è la concezione del dolore di "To An Old Friend", una canzone che, con passo svelto e un filo di voce, è un continuo tornare nel mondo ovattato e a mezze tinte dei ricordi, per salutare qualcuno che non c'è più e per rielaborare il lutto di chi è rimasto al di qua del guado.

Parafrasando gli Offlaga Disco Pax, il talento di Gioele Valenti è come l'universo. In espansione. E "Homework" è forse un buon modo per combattere quella stanchezza terribile che ormai sembra accompagnare i riff, le strofe, i musicisti e gli ascoltatori di gran parte della musica moderna.

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La recensione Homework di Scritto da Giulio Pons è apparsa su Rockit.it il 2008-09-22 00:00:00

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