17/10/2008

Fate una prova. Mettete su un gruppo, suonate per dieci anni in giro per locali, sfoderando un inglese perfetto (riscontrando peraltro i favori di critica e pubblico) e poi, di punto in bianco, dopo alcuni cambi di formazione, svegliatevi una mattina, centrifugate il passato, appallottolate le vostre bozze scritte con inchiostro straniero e ponete in essere la scelta più radicale, quella di cantare finalmente nella vostra cara lingua natia. Se riuscite nell'impresa senza perdere neanche un grammo dello smalto originario vi pagherò una cena! A questo giro gli Atman possono prenotare un buon ristorante, offro io.

Con spregiudicatezza e coraggio i quattro ragazzi lucchesi danno alle stampe il loro primo lavoro in italiano senza però tradire quell'alternative-rock statunitense di un ventennio fa che riuscì a disintegrare tutti i muri mediatici (Pixies, Weezer, Smashing Pumpkins, Nirvana) per diventare companatico quotidiano di un'intera generazione di liceali americani. Certo, per necessità d'incastro sonoro i "nuovi" testi risultano piuttosto sempliciotti, e a tratti persino adolescenziali, ma le canzoni suonano a meraviglia e vomitano ritornelli memorabili di sicuro impatto radiofonico ("Oggi ancora sono perso", "Stiamo uccidendo le nostre anime"). Una voce straordinariamente rock, un paio di chitarre che picchiano allo stomaco e una base ritmica solida come una quercia.

Abrasivi e romantici come pochi, in grado ti urlarti selvaggiamente in faccia con un mazzo di rose in mano.

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