08/12/2000

In un’epoca in cui le macchine sembrano andare a braccetto con la musica, secondo logiche del ‘cut-up’ e del ‘copia-e-incolla’, ecco la proposta dei romani Mata Hari, quartetto formato da Marco Brunelli (programmazione e sequenze), Emiliano Rubbi (mc), Nina Pedersen (voce) e coadiuvato da Roberto Pentassuglia (chitarre). D’altronde, fin dalle prime righe delle note stampa, la formazione chiarisce i propri intenti, scrivendo che il progetto è “una sintesi in cui si fondono le sonorità del trip-hop, della jungle, del drum ‘n’ bass. Le diverse radici d’appartenenza distaccano il gruppo romano dai canoni della musica elettronica tradizionale, cercando di trovare un punto d’incontro tra le influenze black, dub e jazz. Sonorità, quindi, che si accostano a diverse esperienze, loop ridotti all’osso, distorti e miscelati, ricerca del suono ‘giusto’ per il tipo di messaggio che ogni pezzo vuole trasmettere in perfetto equilibrio con le due voci del gruppo”.

Non è che il sottoscritto voglia liquidare la recensione di questo disco riportando buona parte della cartella stampa, ma appare evidente che quanto scritto per presentare il gruppo è una fedele fotografia. Personalmente posso aggiungere qualche nome di riferimento: potrei citare, ad esempio, lo stile dei Massive Attack quando ascolto “Nag 4”, oppure i Casino Royale del periodo di “Crx” in alcuni frammenti di “Mi sono innamorata di te”, o ancora meglio i Portishead in “Casablanca” e su “In conflitto”. Poi, i più, magari, accosteranno la voce di Nina a quella di Meg dei 99 Posse, ma è fuor di dubbio che la prima abbia più talento della vocalist partenopea.

A questo punto, però, non pensate che l’ascolto di questo disco si esaurisca nei rimandi finora descritti, perché l’esordio omonimo della band capitolina vive di vita propria. Anzi, se dovessi dare un consiglio, al prossimo capitolo eviterei la vena pop di episodi quali “Baby nicotina” concentrando gli sforzi sulle sonorità di origine bristoliana che in questo disco brillano non poco.

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