Il producer si mette per la prima volta al centro con il suo esordio solista, dove slacker rock, hip hop e glitch elettronici costruiscono un ritratto umano personale e sfuggente
Il concetto di sfondare la quarta parete implica una qualche forma di complicità con il pubblico. Che siano gli sguardi lampeggianti di imbarazzo di Jim Halpert in The Office o le confessioni senza filtri di Fleabag, l'idea di interagire con chi sta usufruendo dell'opera è un meccanismo potentissimo per tirarlo dentro al processo.
A guardare la copertina di House Baby, il primo disco solista di Fight Pausa - che in realtà di album in saccoccia ne ha parecchi come producer, molti dei quali abbiamo apprezzato anche parecchio - sembra in qualche modo voler replicare quello schema lì: qua, nella stanza spoglia dove vediamo Fight Pausa in un angolo intento a suonare la chitarra, di pareti ne mancano due, a dirla tutta. Non a caso, i 13 brani che compongono il disco sono stati registrati durante una residenza alla Casa degli Artisti di Milano, luogo che vorrebbe proprio stimolare lo scambio. È come un invito a entrare in un luogo che va riempito, mentre da un lato il mondo brucia e dall'altro un occhio gigante scruta l'interno. Intanto entriamo, poi capiremo se ributtare il naso fuori.
La prima traccia, Cocoon, non sembra propendere troppo per uscire ad affrontare il mondo: "Why would I leave a cocoon? Outside is looking real cold", si chiede Fight Pausa in presa a una crisi esistenziale sottolineata da un intreccio di accordi di pianoforte e scampanellio di glitch che esalta il suo smarrimento (e anche un po' il nostro). Per ritrovarsi bisogna affidarsi un po' alle certezze dell'adolescenza, che in questo caso corrispondono alla parte slacker rock del brano, con virate alt country grazie alla spiazzante - e graditissima - comparsa di una slide guitar.
Man mano che ci si cala nella House Baby di Fight Pausa, si palesano sempre più sfaccettature di un artista che siamo ben più abituati a sentire al servizio degli altri, più che di sé stesso. In questo senso è un producer album nel vero senso del termine, più di quelli imbottiti di feat. a cui ci siamo abituati oggi: il focus è il suono, con un immaginario dal perimetro sfumato che viene attraversato a zigzag.
E così ecco che compare Clumsy, un ibrido di elettronica wonky con tanto di sample di James Brown - a naso dovrebbe essere Funky Drummer - in mezzo, a cui risponde la strumentale hip hop jazzy di Wait; o Grandaddy, il cui titolo evoca l'omonima band californiana culto dell'indie rock anni '90, subito seguita dal minuto e mezzo di Città, pt. 1, con le barre allucinate di Deepho ad attraversare una metropoli inospitale (indovinate un po' quale...).
Se poi prendiamo la title-track, ci si sorprende a trovare un imprevedibile gioco di specchi con un altro Baby dall'altra parte dell'Atlantico: quello di Dijon, dove il suo r&b sfilacciato dalla contemporaneità sembra subire un processo simile a quello che Fight Pausa col proprio background musicale. È la stessa sensazione di precarietà, casualmente da due musicisti nati proprio nello stesso anno, il 1992, solo che uno a Washington D.C. e l'altro nella provincia sperduta di Varese.
Nel corso di House Baby Fight Pausa si apre come non aveva mai fatto probabilmente: il mettersi al centro implica allo stesso un mettersi a nudo, anche aprendosi a una certa e inedita fragilità, in realtà centratissima per un musicista cresciuto - anche - a pane ed emo. C'è lo smarrimento, la disillusione, ma anche l'autoironia di chiudere l'album con una jam souleggiante che vede di nuovo protagonista piano e slide guitar, dove si distingue chiaramente un ironico ululato: "Non funziona un cazzo qui!". Eppure, in realtà, funziona tutto.
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La recensione House Baby di Scritto da Giulio Pons è apparsa su Rockit.it il 2026-03-20 02:10:00

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