Pubblicato poco alla volta, seguendo il ritmo delle stagioni, il primo disco in italiano di HÅN è un piccolo mondo sospeso tra fiaba e realtà, malinconia e speranza, costruito con la pazienza di chi sa che certe cose hanno bisogno del loro tempo
HÅN se l'è presa comoda. E per fortuna, verrebbe da aggiungere. Non che per noi dovesse rispettare chissà che stringente calendario di uscite e anzi, spesso vedere un disco scorporato in più singoli delle correnti interne di un partito di sinistra può far venire un certo fastidio, visto che tendenzialmente si tratta di una mossa per entrare in quante più playlist editoriali diverse. E invece il fatto che questo Una nuova fine, primo disco di HÅN interamente in italiano, svelato poco alla volta nel corso delle stagioni con dei mini ep, un po' come Charlie che scarta pian piano la sua tavoletta di cioccolato Wonka per farla durare il più possibile, è stato un viaggio davvero piacevole. E ora è giunto al suo compimento.
Gli ep che ne hanno scandito l'uscita, ciascuno col nome di una stagione, tracciano quella che è un po' la storia dietro al disco. Viene facile il collegamento con Primavera, estate, autunno, inverno... e ancora primavera di Kim ki-duk, solo che il bambino sulla pagoda che scopre la vita e diventa monaco qua è una figura fiabesca che vede la fine del mondo attraverso una prospettiva magica, fiabesca. E in questo viaggio HÅN non è sola, anzi. Oltre alla raffinata produzione di Novecento - che già quest'anno ha fatto un lavoro invidiabile con Sincero! di Rares, che a sua volta fa un'apparizione nel disco con L'erba, l'acqua la famiglia - compaiono tante collaborazioni lungo il percorso, frutto di ciò che appare come prima di tutto un'amicizia, il che probabilmente ha aiutato ancora di più a rendere Una nuova fine il gioiellino che è.
Prendiamo a esempio il momento della vera rivelazione, ossia Un animale non sa piangere con un Generic Animal in forma smagliante, pubblicato a gennaio e parcheggiatosi rapidamente tra gli ascolti più frequenti dell'anno. L'intreccio delle voci, la melodia agrodolce, l'arrangiamento scarno con le svisate di chitarra di Generic, la disperata consapevolezza che "puoi fare anche a meno di me", come canta HÅN con un filo di voce a un certo punto: sono tutte componenti di una lama invisibile che si pianta nel petto e non si riesce più a cavare fuori. Discorso simile per Se fossi un verme, con le voci di Leanò e Assurditè, brano il cui ciondolante incedere terzinato svela il dramma interiore di chi si sente addosso gli sguardi non richiesti di uomini molesti.
C'è una malinconia rassicurante in Una nuova fine. Il cantato di HÅN, in cui è facile ritrovare la dolcezza di Clairo così come qualche chitarra tameimpaliana (vedi Venderei i miei amici), svela a poco a poco una realtà tra il reale e l'immaginario sempre più in bilico, sul punto di affondare, senza che però a questo corrisponda una disperazione. C'è più una sorta di eterno ritorno - vedi la sussurrata traccia d'apertura Inizio/fine o Girotondo, in cui sembra sempre di tornare al punto di partenza - che rende quest'immagine una sorta di condizione esistenziale. Un correre sul posto, continuo, che porta a un dolore sottile nel rendersi conto di quanto è difficile far cambiare le cose. Sbatterci la testa contro però, a qualcosa porta. Come a un disco davvero prezioso.
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La recensione Una nuova fine di Scritto da Giulio Pons è apparsa su Rockit.it il 2026-07-03 00:00:00

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