ZuFerrum sidereum2026 - Strumentale, Sperimentale, Noise

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Il nuovo disco degli Zu è un corpo celeste crollato sulla terra, un concerto apocalittico che prende il math-rock e lo fa a pezzi, tra bestie bibliche e mitologie inventate

80 minuti di terrore monolitico, il modo migliore per risvegliare il torpore musicale di questo gennaio, e provocare una reazione scomposta in chi si è assopito in qualche angolo. Gli Zu hanno sempre scombinato le carte del loro stile, partito ventisette anni fa con un nu jazz dalle tinte noise piuttosto allegro e frizzante, e soprattutto non si sono mai fatti pregare affinché tornassero a pubblicare nuova musica. Ma a sette anni da Terminalia Amazonia, un vero e proprio tripudio sintetico, era abbastanza inimmaginabile pensare di trovarsi tra le mani un lavoro della forma e della portata di Ferrum sidereum.

Il nuovo disco degli Zu è una sorta di monumento di suono scaturito da sessioni interminabili, da cui il trio di Roma ha tratto queste 11 tracce, che sembrano sculture di tempo, che restituiscono il suono che il tempo fa, filtrato da una rete che aumenta i volumi all'inverosimile. I pezzi di Ferrum sidereum potrebbero essere corpi di noise-jazz autonomi, entità che non necessitano di un titolo, eppure la grande dote di Luca Mai, Massimo Pupillo e del nuovo entrato Paolo Mongardi alla batteria, è stata quella di costruire intorno al loro nuovo disco un immaginario imponente, inospitale, biblico.

E allora eccoci qui a cercare di districarci tra i dialoghi incessanti tra le pelli, il basso e il sax. Eccoci qui in questo delirio a delineare le forme del marchio della bestia dell'Apocalisse, che entra in scena come a dare il benvenuto. In un attimo un lavoro dai suoni così concreti cambia a poco a poco la sua forma, assumendo contorni geografici - la collina del Golgota dove Cristo fu crocifisso -, ma soprattutto ideologici, e molto ambigui, e diventa una lotta di simboli divini, impressi sui testi sacri a suon di riff math-rock ed esplosioni trainate dalla batteria,che incolla a sé gli altri due strumenti.

C'è una voluta ambiguità, un volontario disorientamento, tra la vergine vestita di sole e la forza divina nascosta, presagi di morte e riferimenti mitologici non meglio specificati, e soprattutto tra le lingue diverse usate per titolare i brani, come se si fosse in una Babilonia di riferimenti, afferrabili solo in parte, che diventa una Babilonia di suoni esagerati ed esaltanti. In Ferrum sidereum non c'è spazio per il provato, prerogativa quasi unica della musica contemporanea, perché questo lavorare sulle trame del prog, distrutte dalla scompostezza creatrice degli Zu, impone di uscire di casa e cercare la prima data per sentirli live, impone soprattutto un ascolto concentrato e disperato a tratti.

Dopo 27 anni da Bromio gli Zu hanno tirato fuori uno dei dischi migliori della loro carriera, un corpo celeste che è crollato su di noi facendo un rumore assordante. Ma avvicinandosi alla buca prodotta da questo meteorite si possono scorgere tre signori che non smettono di suonare, che si piegano e si contorcono sotto il peso delle loro idee malefiche. Se ci si avvicina bene al nadir della buca ci si può gustare il concerto apocalittico - ma per davvero - degli Zu. 

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La recensione Ferrum sidereum di Scritto da Giulio Pons è apparsa su Rockit.it il 2026-01-16 11:24:00

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