Le melodie italiane incontrano le pulsazioni afro in un dialogo sonoro libero, cinematografico e sorprendentemente vitale.
C’è una differenza sostanziale tra un disco ben suonato e un disco che sembra avere una temperatura propria. SANG di Dario Jacque appartiene decisamente alla seconda categoria: pulsa, suda, brucia. Più che una raccolta di brani, è un organismo sonoro in movimento, che attraversa groove afrobeat, aperture jazz e improvvise derive psichedeliche con una libertà febbrile.
Jacque costruisce un viaggio mediterraneo denso e magnetico. Il mare emerge come spazio di scambi e stratificazioni culturali, una rotta sonora in cui i ritmi afrobeat avanzano con fisicità, mentre melodie dal gusto italiano si insinuano tra fiati, tastiere e percussioni con naturalezza. Il disco respira aria calda: quella delle coste meridionali, dei porti rumorosi, delle notti appiccicose in cui la musica diventa una lingua condivisa.
Il progetto dialoga con l’immaginario compositivo degli anni Settanta attraverso un approccio orchestrale, cinematografico e contaminato. Il lato B si muove dentro un’estetica che richiama i grandi architetti del groove italiano come Piero Umiliani e Amedeo Tommasi, rielaborati con una sensibilità contemporanea che intreccia pulsazioni afro e stratificazioni psichedeliche.
Il lato A rappresenta la dimensione più viscerale del disco. L’afrobeat diventa la spina dorsale di un racconto che attraversa Napoli, il Maghreb e le rotte invisibili tra Sud Italia e Nord Africa. Le tradizioni dialogano dentro una visione musicale coerente, dove emerge l’idea di un “sound meridionale contemporaneo”, una prospettiva che richiama la riflessione di Franco Cassano e del suo Pensieri meridiani: il Sud come spazio creativo capace di trasformare la propria identità in motore culturale.
Tra i momenti più incisivi spicca “Affascino”, costruita su una tensione seduttiva fatta di groove ipnotico e linee melodiche quasi cinematografiche. “Notte brava” accelera la dimensione pulp del disco: ritmo nervoso, atmosfera notturna, una città calda che vibra sotto la superficie del brano. Con “Luna cruda” il tempo si dilata e il jazz diventa sospensione: i suoni galleggiano in uno spazio notturno luminoso e inquieto.
La forza di SANG risiede nella sua naturalezza compositiva. Afrobeat, jazz, psichedelia e tradizione melodica italiana convivono nello stesso spazio sonoro e si trasformano progressivamente, generando una musica fluida e vitale.
Ne emerge un album pirotecnico nel senso più pieno del termine: energia che si propaga in ogni direzione, un mosaico sonoro attraversato da sangue, sale e visioni. SANG guarda al Mediterraneo come a uno stato mentale e restituisce una musica viva, sensuale, febbrile.
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La recensione SANG di Scritto da Giulio Pons è apparsa su Rockit.it il 2026-03-08 09:02:43

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