The End of SomethingThe End of Something2026 - Post-Rock

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Un’ascesa post rock tra polvere e memoria.

Il ciclismo d’altri tempi possiede un’epica intrinseca fatta di polvere, acido lattico e solitudine che si sposa perfettamente con le dinamiche del post-rock più cinematico. I The End Of Something sembrano averlo capito bene, confezionando un esordio omonimo che non è solo un disco, ma una colonna sonora per immagini mai girate, dove la fatica muscolare si trasforma in tensione sonora.

L’apertura affidata a "Galibier 98" è un dittico programmatico. In "Part 1 (Ascent)", la band costruisce un crescendo geometrico in 4/4 che scava nel petto, una linea melodica ostinata che mima la pendenza costante di una vetta mitica. Poi la tregua, il respiro corto della "caduta", prima di un’esplosione di distorsioni che sa di conquista e ossigeno rarefatto. La discesa ("Part 2 - Descent") cambia pelle: un 3/4 ossessivo, quasi claustrofobico nella sua velocità, che trascina l’ascoltatore in una fuga solitaria verso un traguardo che è prima di tutto mentale.

Il disco però non vive di soli muri di suono. In "Senza rumor di parola", il gruppo svela un’anima colta e profondamente italiana. Qui il fantasma di Morricone aleggia tra i tasti di un clavicembalo che detta i tempi di un noir anni '70, sfumando poi in un organo Hammond che fa da ponte verso "Diplomacy Dies". È in questo passaggio che emerge la vera dichiarazione d’intenti dei The End Of Something: unire il post-rock ortodosso (quello dei padri nobili come Mogwai o Godspeed You! Black Emperor) alla grande tradizione della musica per immagini. La ricerca della melodia non è mai banale, ma funge da filo rosso tra i momenti di stasi e le impennate dinamiche.

C’è spazio anche per la fragilità in "Ondine", dove xilofono e Rhodes disegnano trame acquatiche e ondivaghe, prima che una batteria imponente riporti l’ordine nel finale. Ma è con "Still Life with a Curtain" che la band gioca la carta dell’ambiguità: arpeggi che si intrecciano come fili di un arazzo incompiuto, lasciando che sia l’ascoltatore a riempire gli spazi bianchi tra le note.

La chiusura è affidata ai nove minuti (ideali) di "Memories of the Silent Sea", una cavalcata stratificata tra Mellotron e archi che culmina in una tempesta elettrica, per poi spegnersi nel calore di un violoncello. Il cerchio si chiude con il "prelude" di "Ondine", un bozzetto pianistico che, paradossalmente, arriva alla fine per suggerire che ogni conclusione è solo il preludio a una nuova ascesa.

I The End Of Something hanno firmato un disco solido, capace di essere muscolare e delicato nello spazio di pochi battiti. Un lavoro che richiede ascolto attento, ma che restituisce visioni vivide a chiunque abbia voglia di mettersi in sella e pedalare nel buio.

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La recensione The End of Something di Scritto da Giulio Pons è apparsa su Rockit.it il 2026-02-18 20:21:31

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