Dessai72 Ore2026 - Cantautoriale, Sperimentale, Indie

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Un debutto educatamente cinematografico, che sussurra più di quanto molti dischi riescano a gridare.

Si intitola 72 Ore, ma scivola via come un pomeriggio primaverile. Stiamo parlando del disco d’esordio di Dessai, moniker dietro cui si cela il musicista, autore e polistrumentista napoletano Stefano Bruno. Prodotto da Suonivisioni, il primo album dell’artista campano si insinua con garbo nei nostri padiglioni auricolari, affidandosi a melodie sussurrate con la stessa delicatezza di un bisbiglio a mezza voce, proferito per non svegliare chi ci dorme accanto.

Undici tracce che orbitano attorno a un immaginario sognante, che vaga in territorio sospesi tra canzone d'autore, soavi correnti elettroniche e orchestrazioni in grado di ammiccare alla musica leggera italiana degli anni '60 e '70. Il tocco vintage delle chitarre, la morbidezza delle percussioni, le linee di basso eleganti, i synth brumosi e l'inevitabile pathos della sezione d’archi: ogni strumento contribuisce a costruire piccoli film sonori, frammenti di memoria in bilico tra tempo, affetti, malinconie e improvvise illuminazioni quotidiane.

Nonostante abbia come stella polare quel cantautorato atipico, in bilico tra pop barocco e psichedelia, sulla scia di Andrea Laszlo De Simone (Bella Morning Carousel, Le Porte De La Lune e La Voglia, La Lentezza), Dessai evita di cadere nella trappola dell'eccessivo manierismo ampliando il proprio raggio d'azione verso l'autunnale minimalismo indie-folk (Presto), la scarna bellezza del lo-fi (Kiss the Ground), l'onirico caos shoegaze (Polvere) e le impalpabili aperture della musica ambient (Shine of Venus e Outro).

Un ecosistema sonoro variegato, tenuto insieme da un elemento chiave: la voce di Bruno. Un cantato fragile fino all’evanescenza e attraversato da una leggera grana "analogica", che sussurra versi nei quali vengono raccontate la "bellezza nascosta nei segni di chi porta un cuore vero" (Bella Morning Carousel), vite trascorse "a proteggere l’amore ma accumulando tristezza" (Occhi rossi) e la persistenza della memoria di chi non c’è più, sospesa dentro di noi come un luminoso pulviscolo (Polvere).

In un mondo dove tutto e tutti sembrano avere la necessità di urlare per poter affermare la propria esistenza, 72 Ore è un disco che sceglie di non alzare la voce, preferendo la strada della gentilezza piuttosto che quella dell'irruenza. In poche parole, un magnifico album d'esordio, capace di grattare un prurito emotivo che forse non sapevamo neanche di avere.

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La recensione 72 Ore di Scritto da Giulio Pons è apparsa su Rockit.it il 2026-03-03 23:59:00

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