Quando il black metal smette di distruggere, iniziando a raccontare la fragile ostinazione della luce.
Ascoltare Then Came Midwinter, il nuovo disco di Blastphemian, è come assistere a un mondo che, passo dopo passo, viene lentamente soffocato da un inverno destinato a non finire mai. Un assedio glaciale in cui il silenzio si espande, il tempo si irrigidisce e ogni cosa — materiale e spirituale — resta imprigionata in una stasi mortifera. Eppure, sotto il ghiaccio e l'oscurità che avvolge ogni cosa, continua a sopravvivere una fragile promessa di un ritorno alla luce.
A quasi tre anni di distanza dal singolo Shining, il progetto messo in piedi da Antonio Allegra - musicista, producer e organizzatore di eventi nato e cresciuto a Milano - torna su Rockit con un album che si discosta nettamente dalle sonorità proposte finora, figlie di un crossover sospeso tra rap e metal, facendo pendere con decisione l'ago della bilancia verso frontiere ancora più dure e crepuscolari.
Il risultato di questo cambio di rotta prende forma in nove tracce forgiate da Allegra attorno alla sconsacrata trinità del black metal, con voci costantemente in bilico tra scream e growl, frenetici riff di chitarra saturi di gain fino all'inverosimile e una batteria capace di alternare sassaiole di blast beat - da cui, peraltro, il progetto prende parte del suo nome - a passaggi più rarefatti.
Un humus sonoro in equilibrio tra la tenebrosa caoticità dei Mayhem e la freddezza ambient di Burzum, ma che, rispetto a loro, si distingue per una qualità di produzione decisamente alta: fattore da non sottovalutare, vista la natura completamente self-produced del progetto. Una scelta che allontana Then Came Midwinter dalla grezza nebbiosità lo-fi che impregna i lavori-simbolo del genere come De Mysteriis Dom Sathanas o Filosofem, restituendo un suono più definito senza rinunciare all’atmosfera.
Se nella prima parte le influenze black metal emergono con maggiore decisione, con il passare dei minuti Blastphemian inizia progressivamente a contaminare e deformare il suono dell'album, aprendolo a soluzioni più ibride e meno prevedibili.
Quest’evoluzione graduale prende forma in alcune deviazioni stilistiche mai fini a sé stesse: dal breakdown di matrice deathcore che chiude Eldritch alla solennità del symphonic death metal di Tra la Sabbia e il Vento (cantata insieme al musicista romano Becko). Nel mezzo, il cupo ipnotismo progressive à la Tool di Memoria ma anche le aperture più melodiche e sospese di Kenopsia che, guardando da vicino l’evanescenza nu metal dei Deftones, vengono impreziosite dalla voce eterea di Aelitia, in pieno (ma felice) contrasto con le abrasioni vocali di Allegra.
Su questo complesso e variegato mosaico di generi e sottogeneri, Allegra adagia un corpus di testi strutturato come un vero e proprio concept album, in cui il gelo del Midwinter diventa allegoria di una condizione esistenziale sospesa tra annientamento e consapevolezza. Lo storytelling del disco si muove lungo coordinate perse inizialmente in un pessimismo quasi cosmico ("La sfida peggiore / È il guardare avanti / Sperare nel meglio / senza sapere come finirà" di Abbandona), in linea con l’impatto musicale più ortodosso che permea la prima metà di Then Came Midwinter.
È solo con il progressivo aprirsi del suono che la narrazione inizia a incrinarsi, lasciando filtrare crepe sempre più evidenti in quest'algida e apparentemente assoluta stasi. Pezzi come Kenopsia e Memoria si inseriscono infatti in una dimensione più introspettiva e sospesa, in cui alla negazione subentra una ricerca fragile e mai del tutto compiuta di un senso e appartenenza ("Sto ancora cercando la verità", "Sono stato nel vuoto / E non mi fa più paura"), in grado di rappresentare un primo e decisivo scarto emotivo.
Punto di arrivo di questo difficile e impervio percorso è L’Ultimo Tramonto in cui, pur senza rinnegare il peso della perdita, Blastphemian lascia intravedere una scintilla - tenue ma ostinata - di speranza ("Non è ancora il momento / Non è questa la fine del viaggio / Siamo soltanto a metà strada") capace di sopravvivere anche sotto il ghiaccio più spesso. Una forma di accettazione che non coincide più con la resa ma con la possibilità, per quanto esile, di continuare a esistere.
Pur restando, per ovvi motivi, un ascolto destinato a una platea ben precisa - anche a causa di uno stile vocale che, per chi è abituato a un cantato più melodico, può risultare a tratti respingente - Then Came Midwinter è un disco che merita sicuramente una possibilità. Un lavoro capace di scardinare molti dei luoghi comuni che da sempre gravitano attorno al metal estremo, spesso liquidato come terreno sterile per la violenza, il nichilismo e l'antispiritualità.
Al contrario, Allegra costruisce con questa sua ultima prova sulla lunga distanza una vera e propria favola nera fatta di morte e rinascita, che si presta a molteplici livelli di lettura: dal racconto di una crisi personale (persino depressiva) alla rappresentazione di un mondo che, pur attraversato da ingiustizie e disfacimento, non riesce mai a spegnere del tutto la scintilla di umanità che lo attraversa. A conti fatti, un album che, dietro il suo aspetto minaccioso, nasconde una verità tanto semplice quanto disarmante: a volte è proprio la ricerca di qualcosa in cui credere a diventare, essa stessa, qualcosa in cui credere.
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La recensione Then Came Midwinter di Scritto da Giulio Pons è apparsa su Rockit.it il 2026-04-19 23:55:27

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