Il duo-italo argentino ci accompagna nella notte con brani di raffinato cantautorato e qualche scossa rock 'n' roll, dove è il loro sconfinato amore a fare da luce
Zara Colombo è un'entità che si è manifestata così, in punta di piedi, senza bisogno di chissà quali strombazzamenti. Anzi, con fin troppa discrezione rispetto a due personaggi con già un proprio percorso alle spalle, anche se laterale rispetto alla musica: lui, Luca Massaro, è un artista visuale con una sanissima ossessione per le parole; lei, la Zara che dà il nome al duo, è una modella dalla pelle diafana e dall'italiano con un inossidabile accento argentino incollato addosso.
A guardarli sembrano appena usciti dalla Factory di Andy Warhol, con pure la vampiresca sfacciataggine di non essere invecchiati di un giorno dal 1968. E che invece è qui, è ora, con un disco che già nel titolo rivela tantissimo della loro vicenda umana: Madre lingua. C'è tutto in questo due parole: la famiglia, la barriera linguistica tra Zara e Luca, la sfida di cantare con parole che si ha appena imparato a riconoscere, ma anche la lingua intesa come motore invisibile del più appassionato dei baci. Quello che, forse, la "sposa stagionale" della traccia d'apertura, Atlante, aspetta di dare all'altare, mentre nel ritornello quell'"io e te" in crescendo rappresenta la manifestazione pura dell'amore che unisce i due musicisti.
In realtà, nella tracklist del disco - prodotto da Dumbo Gets Mad, innesto preziosissimo di quest'album - è più il concetto di "madre" a manifestarsi diffusamente. Come in Tango, dove i ritratti abbozzati dei membri di una famiglia si susseguono su un brano sognante che proprio del tango riprende in parte la ritmica, o in Mamma mezzanotte, dove ci si rivolge proprio a lei, come una figura ideale da rassicurare: "Starò bene mamma, se suono il pianoforte, se fumo sigarette con la mia mamma a mezzanotte".
La componente Factory dei due non è qualcosa di circoscritto al look. Le sovrapposizioni - con le dovute proporzioni - tra Zara e Nico sono evidenti: entrambe modelle e muse che diventano cantanti, entrambe interpreti di una lingua che non è loro, entrambe con una voce profonda tra il solenne e il sensuale, colorata da un accento che ne rende il suono qualcosa di troppo personale per riuscire a replicarlo senza sembrare una parodia. E poi ci sono gli arrangiamenti, che dei Velvet Underground riprendono soprattutto i brani più morbidi e sospesi, concedendosi qualche momento più esagitato. Come Le stelle, omaggio tanto all'artista italiano Mario Schifano quanto ai Rolling Stones, che proprio a lui dedicarono Monkey Man.
Man mano che si attraversano i brani del disco, ci si trova come ad aspettare un'alba che in realtà non vorremmo arrivasse mai. I suoni si fanno sempre più dolci, delicati, come una ninnananna che arriva per riappacificarsi dopo un litigio, per dirsi il "ti amo" che vale proprio perché riconosciamo nell'altro l'imperfezione, l'errore, l'umanità. Di questo sono fatte le canzoni di Zara Colombo, scritte da lui perché siano cantate da lei e cantate da lei perché scritte da lui.
Quello di Zara Colombo è tanto un gioco quanto un fuoco, che nella contrapposizione del "meglio bruciare in fretta che spegnersi lentamente" apre una terza via: la possibilità di ardere con costanza, come una fiamma che non ha bisogno di vestali che se ne prendano cura, ma solo di due amanti che hanno cieca fiducia nella complicità dell'altro. E così il disco si chiude con la dolcezza acustica di Piccola morte (ossia come i francesi chiamano l'orgasmo) e La notte, una confessione nel buio, in solitudine, come se fosse un ideale rovescio della medaglia di Walk on the Wild Side di Lou Reed (con tanto di "do-do-do-do"), ma anche una promessa che è anche l'apice del disco: "Mi hai fatto male, ti voglio sposare lo stesso". Se mai quella fiamma dovesse estinguersi, non disperiamoci troppo: c'è già un disco dove vederla brillare eternamente.
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La recensione Lingua madre di Scritto da Giulio Pons è apparsa su Rockit.it il 2026-04-03 00:00:00

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