But BeautifulNo Signal2026 - Rock, Indie, Alternativo

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No signal propone dieci tracce di rock dolomitico: il dualismo tra le voci, le linee di basso e le intenzioni soft rock lo rendono un ottimo album da warm up act a un festival d'estate

Quattro amici dalle Dolomiti, un giorno d’estate di cinque anni fa, decisero di provare a suonare insieme. A oggi, non hanno ancora smesso di farlo. La storia dei But Beautiful è partita dall’Alto Adige, ma con il tempo si è estesa ben al di fuori dei confini provinciali. Lo scorso anno hanno suonato al Poplar, a Trento. Quest’anno sono in line up al Diluvio Festival a Brescia, e sono passati per il Detune a Milano al prequel della Prima Estate, tra le altre date. Alla fine di maggio, è uscito No signal, il loro primo album. Dieci brani che racchiudono gli ultimi anni della loro vita musicale e delle loro elucubrazioni mentali.

I But Beautiful si muovono tra il rock e l’alternative. Scrivono e cantano in inglese, e alla voce alternano Elisabeth (che suona anche la tastiera) e Andreas (chitarrista), riproponendo una dicotomia che richiama i Belle & Sebastian e gli Slowdive (quello stesso dualismo che, per sua stessa ammissione, Francesco Bianconi ricercò quando fondò i Baustelle, e che portò a Rachele Bastreghi).

Il sound delle tracce del disco è a tratti rassicurante, a tratti più distruttivo, alla ricerca di suoni che possano essere un abbraccio ma anche un calcio degli stinchi, come recita il manifesto programmatico della band. Dodging cops, il brano di apertura, è movimentato, ripete un hook durante il ritornello che rimane incollato in testa e svela immediatamente l’anima più rock. Sunny, che segue, ne è invece il contraltare: un brano più rarefatto, dove la ritmica è meno serrata, la batteria più leggera, e gli effetti sulla voce creano una sensazione di smaterializzata lontananza che risulta elegante e coerente. Little good girl è il pezzo centrale del disco, dove il dialogo tra le due voci, equilibrato, in una specie di botta e risposta amplificato, rende evidente come la scelta di questa formazione sia un punto di forza. Arriva poi Open close, che ha il pregio di mostrare una veste più pop, radiofonica e orecchiabile della band, che non risulta né costruita né mainstream: un buono spot a favore della musica pop, in una stagione dove la qualità non è sempre la padrona. L’epilogo del disco è affidato a Dreams, buy maybe, dove regna la linea di basso su cui si regge la costruzione del pezzo.

Nelle intenzioni, nelle sonorità, nella predominanza del basso in alcuni pezzi, e nelle scelte in merito alla formazione, No signal è un disco che è facile immaginare suonato nel primo pomeriggio di un palco al Primavera Sound, o come warm-up act in qualche altro festival europeo. E sono convinto che, qualora dovesse succedere, nessuno avrebbe granché da ridire.

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La recensione No Signal di Scritto da Giulio Pons è apparsa su Rockit.it il 2026-07-02 13:28:00

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