Un’Odissea rap tra provincia, aspettative disattese e veleno da sputare.
Sono la fame, la voglia di farcela e quel senso di spaesamento che solo chi è costretto a lasciare casa per trovare il proprio posto nel mondo può conoscere a costruire la forza motrice del primo, eponimo album di Velenox, al secolo Christian Velenosi, rapper originario di San Benedetto del Tronto ma da qualche anno di stanza a Milano.
Prodotto dalla neonata Chiaro Records e distribuito da Believe Music Italia, l'esordio sulla lunga distanza del musicista abruzzese classe '99 viene scandito in dieci tracce che, partendo dalla provincia in cui è nato, attraversano il disincanto di una società che, tra algoritmi, solitudini urbane e convergenza forzata di gusti e visioni del mondo, cerca in tutti i modi lasciare ai margini chi sceglie di non adeguarsi, "sputando il proprio veleno" contro ciò che trova ingiusto.
Nella mezz’ora scarsa in cui si snoda, Velenox trasforma infatti la fuga che molti ragazzi e ragazze fanno da realtà troppo piccole per le loro aspirazioni (Hit ‘Em Up e Jolly) in un viaggio traumatico attraverso una società programmata per non farsi più domande (Coscienza Artificiale) e grandi città che fanno di tutto per non farci sentire a casa (Clandestini), dove la nostra voce interiore diventa l’unica mappa con cui orientarsi (Bussola).
Una vera e propria Odissea traslitterata nel terzo millennio, che Velenox mette in rima attraverso un flow sì "incazzato" ma sempre gestito cum grano salis su strumentali dal sapore old-school, plasmate dalle mani di Enrico "Malogrido" Minati e Carlo Cavalieri "Kavah" D’Oro, entrambi producer del disco. Un hip-hop "alla vecchia maniera", fatto di beat boom-bap e groove analogici, che strizza di volta in volta l'occhio al conscious rap (Robot) e all'hardcore (Welcome Kit e Hit ‘Em Up), senza però disdegnare aperture un po' più "poppettare" (Superstite).
Su questa tela sonora, Velenox rimbalza come una palla da squash tra storytelling autobiografico e una fitta rete di citazioni alla cultura classica e contemporanea: dalla mitologia greca ("Arianna tesse il destino dal filo / Che parte dal centro del mio intestino") alla grande letteratura europea del Novecento ("E cercavo la cura nel profondo abisso di me / Come Hermann Hesse"), passando per il cinema hollywoodiano ("27 identità come se fossi Split") e la pesante eredità lasciata da leggende del West Coast hip-hop come Tupac ("Rappo fino a che non urli come fossi 2Pac") a Kendrick Lamar ("Lego da assemblare / Sono Mr. Robot contro Mr. Morale").
A conti fatti, Velenox è un album che si libera dell’egocentrismo e delle sovrastrutture edonistiche a cui troppo spesso il rap contemporaneo ci ha abituati, tornando alla sua dimensione più primigenia: quella fatta di racconti di "vita vera", nei quali ci si può riconoscere anche senza ascoltare necessariamente questo genere. Perché dietro la rabbia espressa dal rapper abruzzese in questo suo esordio discografico c’è qualcosa di più della semplice voglia di "spaccare tutto": una mente brillante e perspicace che, grazie anche al notevole corpus di riferimenti culturali che imperla le sue strofe, dimostra la volontà di usare il veleno che ha dentro per costruire qualcosa di "aperto" alla sensibilità collettiva.
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La recensione Velenox di Scritto da Giulio Pons è apparsa su Rockit.it il 2026-07-27 00:43:00

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