Un pianoforte, otto capitoli e una storia d’amore che, senza parole, diventa di tutti.
Due anime che, proprio come i tasti bianchi e neri di un pianoforte, trovano nel loro incontro la possibilità di creare una melodia il cui andamento ricalca quello di una storia d’amore. È questa l'immagine che Alessandro Russo ha cercato di tradurre in musica con From Here to Her, il suo sesto album in studio.
A quasi cinque giri attorno al sole dall'uscita di Songs from the Ponds, il musicista di origine calabrese - ma da quasi vent'anni di stanza a Bologna - torna con un'ottavina di tracce scritte, suonate e prodotte in totale indipendenza. Brani rigorosamente strumentali che, per venticinque minuti, sottraggono la narrazione all’universo semantico, affidandola a un lessico fatto di accordi e legati, a cui Russo fa ricorso durante l’intera durata del disco.
Un racconto scarno affidato alle linee semplici e rilassate di un pianoforte che pattuglia i territori dellanew age, salvo poi concedersi due deviazioni: in I, dove synth atmosferici allargano verso l’ambient le vibrazioni prodotte dai martelletti sulle corde, e in Closer, dove timide incursioni di archi - quasi sempre relegate alle retrovie - ribaltano la parte che solitamente recitano, tessendo il flebile tappeto di un arrangiamento dal retrogusto quasi cameristico.
E proprio quella mancanza di parole, che sulle prime potrebbe sembrare uno svantaggio, diventa per Russo l’occasione di "aprire" la storia d’amore attorno a cui ruota il concept del disco, travasandola dalla sfera autobiografica al vissuto di chi ascolta. From Here to Her diventa così uno spazio in grado di plasmarsi attorno ai ricordi di ognuno di noi, trasformandosi, di volta in volta, nel primo sguardo scambiato con la persona di cui ci siamo innamorati (I), nei tentativi di "leggere tra le righe" per capire se dall’altra parte c’è un interesse (Stripes), nella malinconia di sentirla lontana (Distance), nella gioia di vederla tornare da noi (Closer) e nella sensazione totalizzante di avere accanto qualcuno capace di completarci e farci sentire, ogni volta, al sicuro (Home).
L’unica impasse dentro una narrazione così fluida e aperta alla sensibilità collettiva si presenta in alcuni passaggi - come Late July e Still - dove il pianoforte sembra uscire dal mix con un suono forse fin troppo secco. Considerato che si tratta, di fatto, dell’unico protagonista dell’intero disco, un pizzico di riverbero in più avrebbe probabilmente contribuito ad amplificarne l'atmosfericità di queso album, lasciando che le note si dissolvessero un po’ più a lungo nello spazio.
Tecnicismi a parte, From Here to Her resta il frutto di una sana spremitura di meningi, capace diprendere un nucleo così intimo e autobiografico e trasformarlo in qualcosa che può finire per appartenere a tutti. E farlo senza dire nemmeno una parola, alla fine, è tutto fuorché un’impresa facile.
---
La recensione From Here to Her (Between the lines) di Scritto da Giulio Pons è apparsa su Rockit.it il 2026-07-23 23:10:48

COMMENTI