Acidulo e molto intelligente, il disco d'esordio di Westcross incrocia il romanzo di formazione hip-hop con l'affresco umano, dentro il luogo più umano che esista, il bar
Ai dischi va dato tempo, tempo di bruciare su loro stessi, tempo di durare nello stereo, di consumarsi come cose fisiche anche quando la musica sta perdendo ogni briciolo della sua materialità. Il primo disco di Westcross richiede tempo perché nasce da uno stile fumoso e figlio del freestyle. Le barre corrono, scorrono veloci con modi e tratti che già abbiamo sentito, produzioni minimali con gualche guizzo stilistico. Ma c'è qualcosa di molto interessante che scorre sotto traccia, tra le linee, una micro variazione dal gusto perfettamente anti commerciale, che prova a dire che l'hip hop può ancora vivere lontano dai cliché, della strada, dei raga, delle armi facili senza amicizia.
Il programma è presto detto: ambientare il disco in un bar, almeno metaforicamente, e poi lasciar scorrere ciò che di meglio è passato nella penna di Westcross in questi anni, come a voler raccogliere un inventario di personaggi più o meno reali, più o meno credibili. Sono credibilissimi però i feat di Bar speranza. Tara, Massimo Pericolo, Frah Quintale, Dutch Nazari e i Post Nebbia, presenti solo al suono senza la voce di Carlo Corbellini - e già questa scelta fa a botte con le attitudini da poser del rap contemporaneo - sono il centrocampo di qualità che serve al bomber di provincia per essere capocannoniere con la maglia del Padova, sono le persone che in questo tragitto hanno trovato l'alchimia della precisione con Westcross. Non serve la perfezione, bastano i giusti filtri, la giusta dinamica.
Il Bar speranza di Westcross è però più un luogo dell'anima, dove l'idea di hip-hop prende forma, dove le produzioni di Lester Nowhere fanno galleggiare i brani in una dimensione di sogno crudo e acidognolo. Ad acuire la sensazione ci pensano i 5 mini video usciti sui social di Westcross, delle pillole di cinema chiaramente ispirate alle splendide tazzine di Coffe and Cigarettes di Jarmush, ma che odorano di Kaurismaki lontano un miglio. Andrea Pennacchi, Jesse The Faccio, Michele Novak offrono le loro facce allucinate e contribuiscono a dare colore a un progetto che non si chiude su un'unica palette umorale, ma che spazia, gira intorno al mondo rap sfottendolo con ironia.
Il bello di Westcross è che non sembra preoccuparsi delle cazzate, degli abbellimenti, perché la sua musica dice a chiare parole: la bravura e lo stile si coltivano col tempo, invece l'intelligenza o ce l'hai o sei fottuto. Il rap di Westcross è abbastanza acuto da risaltare sul resto della scena. "La rivalsa è bella quando non viene imposta dal sistema" è una barra da tatuare in fronte a decine di rappusi, producer e discografici che lucrano sul dolore della gente e creano solo soldatini senza un'anima. L'ultimo coccodrillo, brano in collab con TARA, è una dimostrazione abbastanza semplice che l'hip-hop mainstream può smettere di disinteressarsi dei problemi del mondo, eccezion fatta per i gioiellieri pistoleri ovviamente.
Westcross va tenuto d'occhio perché è onesto. Ancora troppo vicino allo stile del Massimo Pericolo più intimista, ancora acerbo in alcuni incastri lirici, ha messo tutto il proprio potenziale in un disco breve - e per questo adatto ai tempi - ma che fonde le tinte del romanzetto di formazione con l'affresco umano assortito ma mai bozzettistico. Al Bar speranza non ci si prende gioco degli avventori, così come non ci si crogiola della stranezza delle loro storie. Si sta, senza bisogno di dimostrare, si può essere come lo stile di Westcross, che ti secca la gola con piacere, come uno sptirz Cynar.
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La recensione Bar speranza di Scritto da Giulio Pons è apparsa su Rockit.it il 2026-10-02 10:32:00

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