Il ritorno dei 24 Grana dopo 15 anni è un disco politico nella sua essenza, che racconta i margini delle città che si corrodono, senza romanticismo o bozzettismi
15 anni sono un lasso di tempo sterminato, soprattutto nell'epoca dell'oblio immediato, dove basta non mandare un messaggio per due mesi per essere dimenticati e sostituiti senza troppe cortesie. Figurarsi nella scena musicale, un luogo metaforico dalla memoria cortissima, un luogo sempre più astorico. I 24 Grana si sono riaffacciati sulla scena dopo tre lustri, hanno messo fuori il muso con una nuova raccolta di canzoni, raffinate e piene di vita come al solito. Loro che sono nati e cresciuti in un momento in cui il pop-rock italiano era un calderone di creatività e sperimentazionesi sono rimessi insieme per raccontare la città che si decompone.
Chiamare un discoBidonville senza cognizione di causa potrebbe essere il primo passo verso la romanticizzazione del disagio, ma se ti chiami Francesco Di Bella questo rischio svanisce nei vapori dell'alba, tutto si condensa sopra le storie umane e senza scampo della periferia del mondo.
E dunque per avvicinarsi a questi luoghi bisogna come prima cosa avere il coraggio di perdere la grazia. I 24 Grana, dopo una vita passata a sperimentare e inventare, abbracciano la normalità del rock ma sporcano le chitarre in tutti i brani, distorcono i riff pure nelle ballad, per corrodere l'ascolto di brani come Stadera, unico singolo del disco e brano simbolo di Bidonville perché porta il nome di due periferie diverse: Poggioreale a Napoli e la zona a est del Naviglio Pavese a Milano Sud.
E poi ci sono Marano e Resina, a collocare geograficamente il disco, ci sono i rapporti di somiglianza che gli abitanti instaurano con le proprie strade. In mezzo a questa foga umana che sopravvive la penna di Di Bella torna a splendere in modo meno spiccatamente poetico rispetto al suo ultimo lavoro solista, Acqua Santa, ma con più strati di lettura, più maturità, perché sorretto dal lavoro compositivo dei suoi compagni di sempre, il trio Cotugno-Minale-Fontanella.
L'essenza politica diBidonville risiede nel racconto delle relazioni con gli elementi che rendono la vita difficile e angosciante: il silenzio e l'assenza, il lavoro che deve ricominciare, l'ossessione che diventa necessaria per le cose, che genera overdose del corpo e della mente. Non è un caso che si senta in continuazione la parola "nisciuno", che suona come un macigno soprattutto in Gaza (ce chiamma ancora), che ancora una volta usa l'assenza di parole per raccontare il genocidio palestinese, il domicidio di un luogo fatto solo di macerie.
I 24 Grana hanno le spalle abbastanza forti da sostenere un racconto così largo, senza cedere alla banalità del generico, perché sono ancora in grado di rinunciare agli abbellimenti della realtà. Il suono che emanano è quello della Napoli bucherellata e corrosa di Manlio Santanelli, una città storicizzata che non può ancorarsi al '900 in modo acritico, che deve poter accogliere gli odori delle strade di provincia a maggior ragione oggi, quando il centro storico è un carnevale di turismo.
Bidonville è un disco imperfetto, che in un paio di brani gira a vuoto, ma non perde mai la sua anima di disco parlante. Rifiuta il bozzettismo di un'epoca buffona per natura esprofonda nelle domande delle persone che abitano i luoghi pieni di "munnezza". Erano i campioni della dub italiana, oggi tornano come i campioni della crudezza del racconto, se in questi 15 anni ve li siete dimenticati, peggio per voi. Bentornati 24 Grana.
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La recensione Bidonville di Scritto da Giulio Pons è apparsa su Rockit.it il 2026-10-16 12:35:00

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