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Descrizione a cura della band

Balliamo di architettura:

Quello che presentiamo è dunque, in un certo senso, il nostro primo e.p che per questo motivo abbiamo voluto lasciare senza titolo, considerandolo omonimo.
Non ancora ancora sazi di colpi di scena in stile Telenovelas, la genesi del disco affonda le sue radici nell'esperienza dell'ennesimo abbandono da parte di un elemento. Rimasti in tre, un po' spaesati e scombussolati ("come faremo a suonare live?"), abbiamo quindi pensato bene di chiuderci nella nostra sala prove per comporre, produrre e registrare con la solenne promessa di restare in tre e uniti, cercando di arrangiare i pezzi non come in "La strada" (frutto di sonore elucubrazioni sgangherate) ma in modo da essere suonabili da noi soli attraverso l'interazione coi pc.
Malgrado la promessa, all'inizio siamo stati confusionari, non avevamo scadenze, manco ce le siamo imposte se non verso maggio, non avevamo un'intenzione, avevamo solo idee, spezzoni di musica, testi, qualche canzone, avevamo di fronte nuovi e innumerevoli plug-in da provare: mille ingredienti. L'inizio è quindi paragonabile al calderone di una strega impazzita.
Diciamo però che, scadenze a parte, quando si comincia, la direzione la si trova in qualche modo ed ecco quindi che le cose iniziano a formarsi. Cerchiamo di essere fedeli alla nostra promessa di semplicità degli arrangiamenti e per farlo decidiamo prima di tutto di scrivere le canzoni solo voce, chitarra e piano. Ne scriviamo alcune ma ne spuntano altre e queste ultime prendono il posto delle prime: segno che comunque dal caos primordiale qualche idea inizia a definirsi e noi lo accettiamo nel nome di un lavoro coerente fra le sue parti.
Gli arrangiamenti sono comunque la cifra che caratterizza la fluidità del lavoro, come del resto lo sono i nostri limiti di produzione che cerchiamo di sfruttare a nostro vantaggio.
Abbiamo giocato con i suoni, con i sintetizzatori, con i chorus, con i reverberi, con i beat, insomma con quello che avevamo a disposizione.
Il risultato del nostro gioco può essere definito come un "low-fi digitale" dove spinose chitarre acustiche dialogano con macchie di polverosi sintetizzatori e con voci talvolta ironiche, come in Vorrei vivere con poco, altre un po' più patetiche, come in Memento, il tutto recintato da sequenze di batteria e da beat un po' scientifici per il loro essere a tempo, quasi fossero dei vigilanti che danno un freno al gioco dei tre bambini.
Il tema del gioco, del sogno e dell'interiorità del resto sono anche riflessi nei testi che oscillano tra il surreale e l'onirico, tra immagini di vita e morte guardate però allo stesso momento quando l'essere allegri non esclude che intorno a se tutto possa morire, e muoia, e viceversa.
Ed Exploding Plastic Inevitabile, il suo essere fuori-posto, il sentire questa canzone come estranea ("Perché è in inglese?"; "Perché alla fine questo loop rock'n'roll?"; "Peccato per quest'ultima canzone, perché il resto ha un senso!") questa canzone di chiusura è forse la chiave di lettura dell'intero e.p e non la sua negazione. Pensare di aver già ascoltato tutto e invece alla fine riascoltarlo al contrario per cercare una risposta, una spiegazione che forse non si trova, ripartire dall'enigma, dal rebus finale, che non chiude il cerchio, per trovare un senso che non c'è : questa forse è stata la nostra intenzione nascosta, questo è stato il non-senso del nostro gioco.

Credits

Tutta la musica scritta, eseguita e prodotta da Indiana
Artwork a cura di Isabella Novali

Commenti

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