The Regal è un progetto che viene concepito da una morbosa voglia di suonare e nasce dalle ceneri di un ragazzo ormai ex adolescente di nome Andrea Badalamenti. Nel 2008 incontra Manuel Pio, a capo di un piccolo studio di registrazioni nella periferia di Firenze, di lì a poco si unirà Alessio Consoli e andranno a formare quella che sarà l’unica vera formazione della band.

Dicono che il tre sia il numero perfetto, ma per The Regal è soltanto un altro stupido modo di dire. Con il trascorrere degli anni il terzetto non scopre di avere soltanto una morbosa voglia musicale. Pubblicano così il loro primo omonimo disco, dimostrando di avere una notevole virtù nello scrivere canzoni tutt’ altro che frivole, sia nella struttura lirica che negli arrangiamenti, il tutto colorato da un background in stile americano.

La matrice musicale del loro secondo capitolo “The shade of the human job” è rimasta invariata, ma oggi Andrea Badalamenti (ancora autore di tutte e dieci le canzoni del disco) vuole parlarci dell’essere umano, sempre più alla deriva, sempre più lontano da quelli che sono gli scopi che dovrebbero contraddistiguerlo.

“In questi anni", spiega Badalamenti, "ho potuto leggere molto e concentrarmi sugli assunti e i dogmi creati dall’uomo con presunzione e il cinismo nel corso della storia. Oltre presunzione e cinismo aggiungerei pigrizia, perchè là dove ci possono essere gli strumenti per cambiar testa, per abbattere i dogmi e vivere in uno scenario più vero e sano, restiamo sempre agganciati al sistema, un sistema che oggi noi critichiamo, ma che alla fine accettiamo perchè molto vizioso. È molto più comodo vivere in un mare di credenze piuttosto che destrutturarle."

Intorno a questi pensieri si sviluppa tutto il disco, dall’incapacità relazionale (The unloved), alla bolla oppressiva del sistema globalizzato moderno (The machine), a rivoluzioni sanitarie (The green cross), a ringraziamenti e citazioni (Bomb of peace/Kimera), fino ad arrivare alle riscoperte essenziali e spirituali (The house on the tree). Il titolo dell’album è ispirato ad un verso contenuto in Kimera, canzone omaggio a Dino Campana, un poeta la cui opera ha influenzato e spinto Badalamenti alla scrittura.

Il CD è autoprodotto interamente dalla band ed è nato all’interno del loro Fadiestudio in Firenze, il centro delle loro attività, il luogo dove in questi anni hanno dato forma ai nuovi brani, insieme ad una ricerca tecnica che gli permette oggi di ottenere un risultato sonoro molto più vicino a quanto vogliono esprimere.

“The shade of the human job” vuole suonare molto più trasparente rispetto al debutto e le impronte ritmiche e armoniche di Manuel Pio (batteria) e Alessio Consoli (basso) sono ancora più accentuate, sfruttando a volte la registrazione in presa diretta.

Le edizioni e l’ufficio stampa sono ancora firmate da A Buzz Supreme.

Il disco è stato realizzato con il sostegno del Progetto 100band all’interno di Giovanisì-Regione toscana.

“Con questo disco”, continua Andrea, “vorrei mettere una pulce nell’orecchio dell’ascoltatore, pregando che possa farsi due domande in più, come Essere Umano e non come animale sociale”